Alberti, Leon Battista  ; Bartoli, Cosimo   [Übers.]
Della architettura, della pittura e della statua — Bologna, 1782

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LIBRO TERZO.

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per il dilavare delle pioggie, 1' opera (nervata, & dissattali non rovini. Ancor-
che non si può fare maggiore utilità alle Volte, che dar loro tanta acqua,
che elle sé ne pollino abbondantemente inzuppare, & che le non patilchino
mai di sete. Ma ila di loro detto a baltanza.

Delle corteccit de tetti, della loro utilità, àf delle {orti de tegoli, iss della
sorma loro , & di quel che Jì faccino .

C A P. XV.

IO torno al coprire de tetti. Certamente sé noi andremo bene consideran-
do, e' non è cola alcuna in tutto uno edificio più utile, che 1' havere un
luogo dove tu polta rifuggire , a difenderti da roventi Soli, & dalle Tem-
pere , che caseano dal cielo . Et che quello beneficio ti sia eterno , non ne
sono cagioni le mura , non lo spazzo , non qual altra cosa di quelle tu ti vo-
glia; ma principalmente per quanto si può vedere, la sola ultima seorza del
tetto ; la quale la indulìria , & 1' arte de gli huomini, fatto esperienza d' ogni
cosa , non ha per ancora saputo trovare gagliarda , & ballante contro le ingiu-
rie de tempi, secondo che la necelsità della cosa ricerca . Né io ho fede, che
ella si polla trovare cosi facilmente. Imperoche condotta che non solamente le
pioggie, ma i diacci, & le gran vampe, & i venti più d' ogni altra cosa mo-
lesti, non reltino mai di danneggiarle in ogni luogo ; che cosa è quella, che
polla più horamai in luogo alcuno sopportare i tanto continovi , o più tolto
crudeli inimici ? Di qui nasee, che alcune coperture subito si infracidano, & al-
cune si disfanno ; altre aggravano troppo le mura , altre si fendono , e si rom-
pono ; altre si dilavano di maniera che i metalli , per altro conto invitti con-
tro le ingiurie delle tempesle, non polsono in quelli luoghi durare contro le
tante spelse osfensioni . Ma gli huomini non si faccendo besfe delle cole , che
e' potevano havere abbondantemente, lecondo la natura del luogo, provid-
dero alla necelsità il più che poterono ; & di qui nacquero varii modi di co-
prire gli edifici]'. Dice Vitruvio che que' di Pirgo coprivano gli edificii con
canne ; & que' di Marsilia con terra battuta, & rimenara con paglie. I Te-
lofagi apprelso de' Garamanti (come dice Plinio) cuoprono le superficie de
tetti di corteccie. Grandilsima parte della Magna usa assicelle. In Fiandra,
& nella Piccardia legano in alse la Pietra bianca, più facilmente che il
legno ; la quale adoperano in cambio d' embfici . I Genovesi, & i Toscani
adoperano nel coprire le case , Jaslre spiccate da scagliose Pietre. Altri hanno
esperimentati gli smalti , de quali parleremo dipoi. Fatta finalmente elperientia
d'ogni cosa, non trovarono però mai gl'ingegni, o l'indullrie de gli huomi-
ni cosa più commoda, che gli embrici di terra cotta. Imperoche i lavori di
smalti, per le brinate diventano scabrosi, si fendono, & si rovinano. 11 piom-
bo da gli ardori del Sole si liquefa . Il rame , sé e' si pone grasfo, colla as-
sai; le egli è sonile, è alterato da venti, & dalla ruggine fatto sotti le , si gua-
sta . Dicono che un certo Grinia di Cipro , figliuolo d' un Contadino , fu il
primo, che trovò il fare i Tegoli, i quali sono di due sorti; l'uno è largo,
& piano ; largo un piede , & lungo tre quarti di braccio con sponde ritte di
qua, & di là , secondo la nona parte della sua larghezza, che si chiama em-
brice : L'altro è tondo, & simile a gli {linieri da armare le gambe , detto
Tegolino, amenduci più larghi donde hanno a ricevere le acque, & più
itretti, donde le hanno a versare. Ma gli embrici piani , cioè le gron-
de sono più commode, pur che le si congiunghino 1' una appo 1' altra a fi-
lo , & con 1' archipenzolo, che le non pendino da alcuno de lati, & che
le non rimanghino in alcun luogo come catini, o in alcun' altro, come
poggiuoli rilevati, accioche non vi sia a traverlò cosa alcuna, che impedisea

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