Algarotti, Francesco  ; Algarotti, Francesco   [Hrsg.]
Opere Del Conte Algarotti (Band 10) — Venezia, 1794 [Cicognara Nr. 3-10]

Seite: 134
DOI Seite: 10.11588/diglit.28030#0142
Zitierlink: i
http://digi.ub.uni-heidelberg.de/diglit/algarotti1794bd10/0142
Lizenz: Creative Commons - Namensnennung - Weitergabe unter gleichen Bedingungen
facsimile
ï34 L E T T E R E

come dice il loro satirico ; al quale tanto
giovô il venire ad abitare in Firenze, clie
ogni uomo puô conoscere la differenza , che
è tra le cose ch’egli scrisse quando e’ven-
ne a starci daprima, a quelle ch’ egli scris-
se di poi, secondo che ne’sensati suoi ca»
priccj ne fa testimonianza Giambatista Gel-
li. Calidus juventâ, qualis eram bonae sub
regno Cynarae, io già credeva, che per
tmo italiano fosse perduta opera e vana lo
stillarsi tanto il cervello sulla lingua italia-
na ; e mi parea, che avesse del ridicolo
l’andar cercando e scartabellando la Cru-
sca, quando uno volea scrivere nella pro-
pria natia favella. Ma pur troppo m’accor-
si, che io ei a in errore . Hahes confitentem
ream. Ne bo fatto ammenda svoltolando
quel libro in maniera tale, che non so se
chierico mai voltasse altrettanto ii breviario
o il messale . Ho potuto quivi apprendere
le proprietà le eleganze le vivezze di no-
stra lingua . Ma quanto più non si puô egli
ciô fare udendola nella propria bocca de’
Toscani, dove’ella germina e fiorisce tut-
tavia ?

Di quivi s’impara, a oag'ion d’esempio,

çhe
loading ...