Archivio storico dell'arte — 1.1888

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16 LE SCULTURE DI BENEDETTO ANTELAMI A BORGO SAN DONNINO

differenza nelle pieghe delle vesti che a Parma sono abbastanza morbide, qui, massime in certe
parti, dure, rettilinee, taglienti, d'un arcaismo sgradevole in contradizione colla vita novella
che anima le teste. Su di ciò torneremo; intanto si avverta che anche nel Cristo del Giu-
dizio universale d'una lunetta del Battistero di Parma si nota lo stesso arcaismo spiacente delle
vesti, e se nella particolarità delle pieghe le statue di Parma superano quelle di San Don-
nino, queste superano le prime nella parte più importante che è il capo : rimarrebbe però a
cercarsi quanto a ciò contribuisca l'essere le statue parmensi guaste nel naso, il che le de-
forma. Quello su cui non credo possa nascere dubbio, è che le quattro statue non siano d'un
medesimo autore : per spiegare altrimenti 1' innegabile analogia loro bisognerebbe supporre
che le une fossero dell'Antelami e le altre d'un suo scolaro; ma quando in due opere d'arte,
oltre alla somiglianza materiale, si manifesta lo stesso spirito animatore, per modo da non saper
decidere quale sia preferibile all'altra, allora non è più da parlarsi di maestro e di scolaro :
devono ritenersi d'un artista medesimo ; e tanto più nel caso nostro, in cui si hanno opere di
pregio tale da non trovarsene altre che, nel loro genere e nel loro tempo, le eguaglino.

Di fianco e in alto di queste nicchie, tra esse e il fondo della porta maggiore, si vedono due
angioli a bassorilievo rappresentati in atto d'avanzarsi verso 1' ingresso della chiesa con un
lungo bordone in mano, e di volgere il capo all'indietro verso alcune persone d'età diverse :
queste raffigurano i fedeli che dietro la scorta di quelli battono la buona strada. Sotto di esse
e degli angeli stanno rappresentati a schiacciato rilievo, entro rettangoli, dei mostri, fra cui un
centauro che fuggendo si volge a colpire di freccia un pacifico cervo intento a brucare un
arboscello; i quali mostri simboleggiano forse le tentazioni che i credenti coll'aiuto degli an-
geli custodi devono vincere e calpestare; e per la spigliatezza dei contorni, come per la finezza
dell'esecuzione, palesano lo scalpello a cui si deve il bellissimo zooforo che cinge il Batti-
stero di Parma. Non meno pregevoli sono le figure umane : si osservino preferibilmente quelle
di destra, di conservazione perfetta. L'angelo guidatore veste una tunica ad esomide che la-
scia vedere la vigoria del braccio sinistro, del collo e di metà del petto. Esso con atto pronto
volge indietro il capo, ed ha gli occhi animati da una vivezza di sguardo così strana che spinge
ad indagare d'onde nasca ; allora si osserva che l'incassatura degli occhi, fortemente incavata
sotto l'arco delle sopracciglia, forma una penombra in mezzo a cui biancheggia la pupilla
formata da un disco piano leggermente rilevato nella convessità del bulbo. Tale insolito modo
di rappresentare gli occhi non si trova solamente in quest'angelo : guardando le altre figure
della facciata si riconosce che quello era il sistema adottato dallo scultore, sistema usato
anche nei marmi parmensi dell' Antelami : ciò fornisce una nuova prova che tutte si devono
al medesimo artista. Il problema di dar vita e luce agli occhi fu per gli scultori sempre ar-
duo. Gli egizi ricorsero a mezzi di grande effetto, ma sconvenienti alla severità della scultura ;
anche i greci non sdegnarono di ricorrere al luccichio delle pietre preziose : essi però usarono
per solito e condussero alla perfezione il metodo divenuto classico, consistente nel lasciare
il bulbo dell'occhio intatto, senza nulla che indichi ne l'iride nè la pupilla. Durante la bar-
barie medievale era invalso l'uso di praticarvi un foro che si turava con qualche materia scura :
ciò rendeva gli occhi fissi, incantati, sgradevolissimi, e il nostro scultore ebbe 1' ardimento di
tentare un'altra via ; egli diede la solita convessità al bulbo dell'occhio, poi ne tolse dal
mezzo una sezione circolare, rendendo piana la parte corrispondente dell'iride. Il diverso giuoco
della luce sulla superficie piana e sulla curva, rendendo più scura or Luna or l'altra, fa ap-
parire distinta la cornea dell'iride senza troppo cruda opposizione di tinte. Qualche volta però
TAntelami, non accontentandosi di questo blando effetto, volle ringagliardirlo col rilevare il disco
sulla convessità dell' occhio, sicché fra l'uno e l'altro rimaneva come un gradino. Ciò in al-
cune figure non guasta, anzi dà all'occhio una potenza di sguardo strana, come nell'angelo di
cui ora parliamo; ma in altre diventa una deformità: pare che abbiano gli occhiali. L'ano-
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