Archivio storico dell'arte — 1.1888

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Avvenne che il castellano della rócca d'Orchie aveva bisogno di fanti per guardarla, tenendo
guerra con Vetralla; e così mandò un suo fameglio a Nardo, castellano di Civitavecchia, che
li mandasse 20 fanti. Il detto fameglio fu pigliato da fanti d'Angelo di Roccone, e avendolo
martoriato ed esaminato, seppero la cagione perchè andava, e così per forza lo menare a
dietro in termine di due dì, e feronli dire che loro erano li fanti mandati da Nardo : e così di
notte 22 fanti d'Angiolo di Roccone furo messi dentro la ròcca del castellano, qual fu preso
con quattro fanti che v'erano, e la ròcca tenuta per Niccolò Fortebraccio. *»

L'astuzia non era nè la prima, nè doveva esser l'ultima di tal genere. Anche il castello di
Ravenna doveva nel 1527 con lo stesso stratagemma cadere in possesso dei Veneziani. Però
il fatto valse ai Mazzatosta che vie più garantirono la resistenza della ròcca di Civitavecchia
contro ai colpi di mano o di furberia, e si trova infatti che il papa, due anni dopo, per riaverla,
dovette sborsare quindicimila fiorini d'oro ! 2

Dunque appunto a quel Nardo nominato si deve la cappella costrutta poco oltre la metà
del secolo xv. Allo stesso cronista ne dobbiamo la notizia : « Uno spettabile cittadino, nominato
Nardo Mazzatosta di Viterbo, abitava nella contrada di Santo Simeone, in quella casa a piò di
detta contrada nella quale sta un caposcala con palco il più bello e onorevole e uno perticale
in modo di loggia. Il quale Nardo sopradetto di sua propria pecunia fé' fare una onorevole
cappella nella chiesa di Santa Maria della Verità ove sta la imagine di Nostra Donna. » 3

Il ricordo è prezioso. Per lui solo sappiamo il nome del committente d'un'opera insigne. E
vero che tanto nella crociera della vòlta come nel pavimento ne apparo lo stemma dal leone
rampante, ma anche questo rsarebbe rimasto senza spiegazione non trovandosi, eh' io sappia,
altra indicazione araldica di quella famiglia.

La cappella all'interno, piuttosto grande, ha luce dalla sola bifora descritta. In origine
doveva avere un aspetto oltremodo signorile. Oggi è molto deperita.Le pareti e le vòlte sono
tutte adorne degli affreschi di Lorenzo che descriverò. Intanto giova dire che sull'altare è una
specie di baldacchino o ciborio marmoreo adorno di sculture. In mezzo è la Vergine col putto
chiusa in una delle mandorle tanto predilette dagli artisti umbri. Ai due lati sono due angeli
uscenti dalle nuvole. Il lavoro è mediocrissimo ; profili errati, intaglio secco e disuguale. Le
nubi da cui sorgono gli angeli sembrano fusi o semi enormi di grano. Ad ogni modo è certo
che queste scolture risalgono all'origine della cappella.

Più interessante è il pavimento di pietre smaltate, con ornamenti e figure abbastanza notevoli,
del tipo d'altri sincroni o di poco posteriori che si trovano in Bologna, in Parma e altrove. I
quadrelli sono incorniciati da esagoni allungati ne' quali non sono che ornati. Ne' quadrelli in-
vece si trovano foglie, gigli, lettere, animali, ligure umane, ecc. I colori predominanti sono
il turchino pei disegni ; il bianco pel fondo. Fra le lettere si notano IVI e il B; fra gli animali,
pantere, civette, aironi, leoni, lepri, conigli ecc. ; fra le figure umane, cavalieri e dame, gemetti
che suonano o che cavalcano un'asta come i bimbi, un frate che esce da una coppa e altri.
Non mancano quadrelli con brevi leggende. In uno sono quattro pesci che formano una croce
con le parole PESCE; sopra un altro, un frate e la parola FRATES (sic). Dalle mani d'un
puttino seduto svolazza una fascia sulla quale è scritto ; memento mei dominus mei, parole
scritte in parte anche in un'altra fascia che cinge un mazzo di fiori. Vi sono alcune imagini
pi donne con lettere o frasi inesplicabili come M. E.; EPOP. ; PASIATENP". Intorno a due
busti di donne si legge AMORE e EL ME FORZA; ad uno che guarda a un leggio LIGI BEN.
Vi è inoltre qualche effigie d'uomo. Ad uno è apposto PAGA; a un altro RICAR SIT..... Sul

1 Cronaca di Viterbo, 131.

2 Op. cit. 150. •
:i Op. cit. 97.
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