Archivio storico dell'arte — 1.1888

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52 GIAN CRISTOFORO ROMANO

blema ricamato sul corsetto di Beatrice, sembra al Gourajod che si determini un'osservazione di
Leonardo, sui sessi dei fiori e sulle leggi che presiedono alla loro riproduzione, in quella polvere
feconda e misteriosa, che dal drappo cade sul calice della campanula. Questi argomenti troppo
sottili non tornano a prova dell'asserto, che quella forma di ricami era diffusissima verso la fine
del secolo xv, specialmente per l'emigrazione avvenuta in Italia di artefici dalla Spagna; e nel-
l'enigmatico innesto alla divisa d'Ercole I, non è dato a tutto rigore constatare il carattere scien-
tifico. Solevansi far le divise strane, e quanto più diffìcile era decifrarne il significalo, tanto più
erano apprezzate. Per noi l'allegorico ricamo non rappresenta probabilmente che la fusione della
divisa d'Ercole I d'Este con altra di Ludovico Sforza, secondo l'usanza del quattrocento, sia nei
doni nuziali che negli oggetti del corredo delle spose, di frammischiare stemmi o divise delle fa-
miglie vincolantisi a parentela. Cosicché, nelle conchiusioni del Courajod, solo convien tenere per
fermo quanto riguarda la probabile data del busto, e il probabile luogo ov'esso fu eseguito. Se noi
consideriamo inoltre che quando Isabella, nel giugno del 1491, quand'erano passati pochi mesi
dalle nozze di Beatrice, le richiese lo scultore Gian Cristoforo, questi era sopraccarico di lavori
e non si trovava alla corte sforzesca, può ammettersi che il busto fosse eseguito a Ferrara per
ordine di Ludovico il Moro. E poiché, com'è noto, a Ferrara mancavano scultori, è verosimile
che Ludovico inviasse colà Cristoforo Romano. Il busto attrae per la verità, non per la bellezza
della fanciulla, per la verità caratteristica di quelle gote grassoccie, per la eleganza lombarda
dell'acconciatura, per la finissima ricerca de' particolari. Nella disposizione simmetrica de' capelli
e de' riccioli, nella precisione geometrica del disegno della reticella e delle fettuccie, nel diligente
studio de' ricami, si rivela l'opera di un artista dedicato a lavori di decorazione. Quasi arcaico
nel trattare i capelli, troppo semplice nel modellare certi piani della faccia, sistematico e mate-
riale nel far le orbite degli occhi, lo scultore è invece ricercatore finissimo d'ogni particolare
del costume.

Un riscontro tra il fregio della fascia sotto l'urna del monumento Treccili, opera certa
di Cristoforo Romano, con l'ornato del drappo a ricami posto sulla spalla sinistra del busto di
Beatrice, l'uno e l'altro similissimi, ci fornisce un nuovo indizio che sia opera da attribuirsi a lui
anche il marmo del Louvre.

Isabella d'Este desiderava Gian Cristoforo Romano per farsi ritrarre, come la sorella sua, ned
marmo; e abbiamo già detto come facesse istanza a Ludovico Sforza per averlo a Mantova. Il
primo di luglio lo scultore stesso scriveva alla Marchesana d'aver ricevuto ordine dal Moro di
recarsi da lei, ma d'essere stato costretto a non obbedir prontamente, dovendo, per compiere
l'opera de messer Marchesino (lo Stanga) alla quale accudiva, attendere certi marmi. Prometteva,
appena arrivati i marmi, di lasciare il disegno dell'opera a' suoi lavoranti e di partire; e sugge-
riva intanto ad Isabella di provvedersi a Venezia di due blocchi di marmo, di palmi tre di lun-
ghezza, due di larghezza e uno e mezzo di profondità. Due blocchi, non uno, perchè se il primo
non fosse buono, si potesse fare uso dell'altro; e fossero scelti da persone dell'arte, candidi, senza
peli e vene negre.1

1 La lettera di G. C. Romano è pubblicata dal Braghirolli (Lettere inedite di artisti. Mantova, Sogna, 1878) ;
ma stimiamo utile ripubblicarla qui :

Arch. Gonzaga in Mantova.

Illma & cxm:l Madona mia honma. Questa matina il Mag°° m. Marchesino mi fece Intendere havere havuto let-
tere dalo Illmo s01' Ludovico dispositive che Io dovesse venire ala V. S. per far il ritratto de la S. V. e me cari-
chava ad mettcrme in viagio, e venire ad Quella, e por havere ne le mano lopera de m. Marchesino Imperfecta.
gli risposi, che non e possle che possa al presente partirmo, fin che non syno gionti corti marmi che expeeto. quali
quando syno gionti, lassare il dessigno agli mei lavoranti. Se non se perdara tempo e potrò venire à satisfare ala
V. S. E cosi luy e stato cuntento, che venga subito che syno conditeti questi marmi. In questo mezo la S. V. pO
mandare a Vinetia e far conduro doy pczi di marmore che syno do longhoza palmi tri Justi o larghi doy. e
grossi uno e mezo per ciaschuno. perche se uno non fosso bono. che si possa tuore laltro facendogli tuore per
homo, che Intenda la natura di questi marmi, e syno bianchi, e non syno cocti. ne habino poli: ni vene negre,
e qm primum quisti marmi syno gionti. la S. V. facia scrivere uno verso à m. Marchisino. che subito me ne ve-
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