Archivio storico dell'arte — 1.1888

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CORRADO RICCI

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riproduce l'affresco descritto, ma a rovescio e mùtilo e senza carattere e tale insomma da non
lasciar comprendere la natura del dipinto. Riproduce anche in grande la testa della Madonna ma
con uguale infedeltà e incertezza.

Dopo il D'Agincourt, Giovanni Resini parlando degli artisti che cominciano a spargere luce
negli stati di Roma 1 scrive : « Ultimo fra i minori artefici (poiché dopo il 1469 non abbiamo
più notizie di lui) porrò Lorenzo da Viterbo, uomo di vaglia e che debbe esser morto immatura-
mente, o debbe aver trascurato di porre il suo nome nelle pitture di cavalletto : le quali si trovano
forse nelle gallerie sotto nome più altisonante ». Seguendo poi l'erronea interpretazione del distico
pel tempo impiegato dall'artefice, continua : « Egli è noto per una sola cappella, ma interamente
da lui dipinta in patria, nell'antica chiesa detta della Verità; e dalla tradizione si crede che vi
impiegasse venticinque anni. Di sopra all'altare si veggono due cori d'angioletti, in due lìla, che
non mancano d'affetto e, di grazia. Nella parete a destra son vari falli della Vergine, quasi per-
duti dall'umidità; ma lo sposalizio a sinistra è una composizione, che se può tacciarsi di troppo
simmetrica ed uniforme, ha però delle figure e delle teste non indegne di Masaccio. Vi è gran-
dezza, vi è naturalezza, con decoro e varietà. La cappella fu cominciata a dipingere nel 1444 e
terminata venticinque anni dopo. Una cosa singolarissima ho per altro osservato in una figura a
destra di S. Giuseppe, che ha lo stesso alto, le stesse proporzioni e quasi direi la stessa fisonomia
dello Squarcione, rappresentato dal Mantegna nella famosa cappella degli Eremitani di Padova.
Ilo voluto notarlo perchè ciò potrebbe far credere che Lorenzo fosse suo discepolo, e che avesse
voluto qui effigiare per gratitudine l'imagine del maestro. Quello, ch'ò certo, egli non appartiene
né alla scuola di Gentile, nò di Pier della Francesca, nè d'altri dello Stato. La fabbricherà in alto
è molto bene architettata, e indica una certa intelligenza nella prospettiva. In somma questo Lorenzo
di Giacomo da Viterbo, benché non resti che una sola opera di lui, merita un nome onorato nella
storia dell'arte ». La tavola che il Rosini pubblica nel supplemento (n. GCXI) è più accurata di
quella del D'Agincourt, ma non tale da servire alla critica per assoluta mancanza dei caratteri.

Nella storia della pittura italiana dei signori Crowe e Cavalcasene informata a criteri molto
più moderni, si trova più lungo cenno inforno alle pitture di Lorenzo e non limitato al solo
affresco esprimente lo sposalizio della Madonna. Non mi sembra che agli illustri storici della pittura
il dipinto abbia fatta una impressione giusta; certo è che la severità onde trattano quel pittore
(debbo asserirlo francamente) è delle più immeritate. E assioma della critica severa tornare più
volte all'esame d'un lavoro prima di giudicarlo. Lo stato del corpo e dell'animo modificano tante
volte il nostro modo di vedere, e di un lavoro dapprima mal giudicato sussegue talora un apprez-
zamento favorevole. Forse uno studio più lungo avrebbe fatti benigni il Crowe e il Cavalcasene
a riguardo di Lorenzo, su' cui difetti molto si trattennero sorvolando sugl'incomparabili ineriti.
I due storici dell'arte, descritte in genere e brevemente le pitture, aggiungono che in qualche
ritratto il realismo di Lorenzo non è senza potenza ma che sono ben notevoli la volgarità e l'af-
fettazione; che il pittore non è corretto come disegnatore; che il suo colore è freddo e fosco; die
la sua prospettiva ò falsa ; che le sue forme sono rigide.2 Debbo candidamente confessare che, ar-
rivato innanzi al dipinto, mi nacque il dubbio che i bravissimi Crowe e Cavalcasene avessero
messo piede entro la mirabile cappella in un momento di cattiva digestione.

Passo ora ad una pagina, dirò così, amena, per la incertezza e l'abbondanza de' maestri asse-
gnati a Lorenzo. Il D'Agincourt dice che è uno scolaro di Masaccio, perchè trova una testa simile
ad un'altra che si trova nella cappella del Carmine a Firenze nell'episodio della Crocifissione di
S. Pietro. Si potrebbe con la massima certezza stabilire che la somiglianza è eventuale, se un
fatto anche più esplicito non escludesse l'ipotesi del D'Agincourt. Tutti sanno che la crocifissione
di S. Pietro non è da ritenersi opera di Masaccio, ma molto probabilmente di Filippino. Il Rosini
ricorda Masaccio e tosto soggiunge che un'altra figura ricorda il ritratto dello Squarcione fatto
dal Mantegna negli Eremitani di Padova per concludere che forse scolari andarono a lui da ogni

1 Storia della pittura italiana (Pisa, 1841). Voi. Ili, pag. 35.

2 A new history of painting in Italy... by J. A. Crowe and G. R Cavalcaseli©. — Voi. Ili (Londra, 1860) in-8".
I3ag. 135.
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