Archivio storico dell'arte — 1.1888

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LORENZO DA VITERBO

parie e che non è improbabile, che anche Lorenzo apprendesse dallo Squarcione, insieme al Man-
tegna! Continua dicendo che non può essere scolaro nè di Gentile da Fabriano nè di Pier dei
Franceschi, nè d'altri umbri. Finisce per lodare la prospettiva, così come i signori Crowe e Caval-
casene l'avevano biasimata. Quest'ultimi in fatto di maestri non seguono gli storici finora citati.
Dopo aver scritto che nulla può essere più evidente che l'imitazione della maniera e delle con-
cezioni di Pier della Francesca aggiungono che nella Presentazione e nello Sposalizio segue Me-
lozzo da Forlì, e che nell'Annunciazione ricorda Benozzo Gozzoli. Qual pittore antecedente e con-
temporaneo a Lorenzo restava più a nominare? Oramai non valeva l'audacia di scrivere che il
maestro di Lorenzo fu un pittore che visse a' suoi tempi? Infatti chi conosce soltanto superficial-
mente l'arte italiana dovrebbe tenere in ben poco conto la critica quando nella ricerca d'un maestro
fatta nell'opera dello scolaro s'ondeggia tra gli artisti della più spiccata varietà e si registra impu-
nemente l'uno vicino all'altro Masaccio e lo Squarcione, Pier della Francesca e Benozzo Gozzoli,
Filippino e Melozzo da Forlì, cercando le caratteristiche di Lorenzo in pittori umbri, toscani, ro-
magnoli e veneti ! ! Fra tanti, si coglierà nel segno !

E i signori Crowe e Cavalcasene hanno colto nel segno col nome su cui forse meno conta-
vano, e su cui, in seguito a notizie che facilitavano le ricerche, ha scritto più giustamente (sempre
secondo la mia convizione) il signor Giuseppe Oddi. Se nonché anche quest'ultimo scrittore è
stretto e imbarazzato in una critica evasiva, e che dubita di se stessa. Lasciamo andare
l'ipotesi che Raffaello abbia visto e imitato i dipinti di Lorenzo. Oramai si è troppo avvezzi a
vedere nei grandi artisti le traccie dei minori e a glorificare la patria narrando visite e mara-
viglie d'uomini famosi. Dove non è stato Dante secondo la leggenda? Dove non ha attinto Raffaello
le ispirazioni della splendida opera sua?

Inseguito il signor Oddi si lascia dominare dal Resini e scrive : « Della scuola umbra prossima
e allora tanto lìorente non si scorge neppur l'idea nel dipinto di Lorenzo. Meglio riguardiamo a
Firenze. Un qualche cosa del fare del Masaccio si vede in quel dipinto ». E chiude l'articolo con
le parole: «Certo si è che o por diretti insegnamenti o per studio sull'opera sua, Benozzo fu il
maestro di Lorenzo». La verità mi sembra soltanto nelle ultime parole, perchè non è forse esatto
che nulla appaia d'umbro nello stile di Lorenzo e che sia evidente l'influenza di Masaccio.

Molte sono le traccie d'una imitazione esplicita degli affreschi di Lorenzo su i lavori di Be-
nozzo Gozzoli, e prima che una memoria edita in Viterbo nel 1872 su certe pitture del Gozzoli,
di cui parlerò fra poco, aiutasse validamente le ricerche su Lorenzo, era abbastanza tacile avver-
tire la imitazione ricordando gli affreschi della cappella medicea nel palazzo Riccardi. La serie
degli angeli che si trova dipinta sull'altare ridesta subito il ricordo di quelli gentilissimi di Benozzo
nel luogo indicato. Nell'affresco dell'Annunciazione l'Angelo vestito di bianco, con capelli ricciuti
e biondi, profilato con un segno nitido, distinto, pare a dirittura una cosa del Gozzoli e come gli
affreschi del Gozzoli ha le ali formate di penne di diversi colori vivaci, piume rossi1 in alto, piume
azzurre o rosse cupe in mezzo, piume verdi all'estremità, diligentemente; simmetricamente segnate
con l'indicazione delle barbe. Nella testa poi e nella loro inclinazione e nel modo di volgere gli
occhi le relazioni non sono minori. La composizione si vedrà come provenga anch'essa da Benozzo.
Soltanto ricordano l'influenza umbra certe sue1 tinte delle1 carni, verdognole1 con rilievi rosei, e la
mandorla intorno la Vergine e il paesaggio che rigogliosamente verde in Benozzo, si tramuta qui
in lievi orizzonti turchini e violacei.

Ma venendo infimi a parlare1 delle pitture del Gozzoli in Viterbo, dirò tosto che a mia notizia
il primo a scriverne1 fu un don Luca Ceccotti viterbese morte) dopo il 1880, il quale scrisse1 un
opuscolo dal titolo Descrizione di nove storie di S. Rosa dipinte da Benozzo Gozzoli nel 1453
con commentario storico.1 Prime) fu il Ceccotti a far dunque memoria di questo lavoro scono-
sciuto a tulli gli storici dell'arte e il signor avvocato Giuseppe Oddi riparlandone nell'aprile
del 1880 avrebbe fallo bene1 a dirlo. Non m'intratterrò a lungo su questo riserbandomi di illu-
strare a suo tempo gli affreschi de1! Gozzoli per (pianto si può sulle1 copie1 che1 rimangono. Essi si

1 Viterbo, tip. Pompei, 1872; in-8°. —

L'opuscolo è firmato con le sole iniziali L. C.
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