Archivio storico dell'arte — 1.1888

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ERCOLE GRANDI

Chi ne fece autore Timoteo della Vite fu il Laderchi, 1 il quale lo riteneva della scuola del
Perugino, ma ad ascriverlo a Timoteo fu mosso da Gaetano Giordani, il quale asseriva di « avere
trovato scritto (?) in antiche memorie » quel nome. Ma noi non vi prestiamo fede, e solo nel pae-
saggio del quadro troviamo qualche reminiscenza umbra.

La valle maremmana si stende tra colline, simmetricamente disposte dai due lati e unentisi
nel dinanzi a semicerchio: verdi e giallognoli i colli nel dinanzi, si fanno azzurri e grigi nel lon-
tano; e la valle azzurrina potrebbe esser lago, maremma o insenatura di mare inoltrato con
curve ellittiche fra le montagne ; ma in parte non è che terra, poiché passeggia a piedi asciutti
una piccola figura nel mezzo del piano, Santo Zosimo che interrompe la poetica quiete del pae-
saggio. La piccola figura guarda a Santa Maria Egiziaca, che è trasportata in alto da angioli, e
poggia i piedi sur una nube che, a guisa di assicella, le si stende sotto. La Santa con le mani
giunte volge gli occhi al cielo devotamente. Intorno angioli la reggono, e le fanno corona, o con
un ginocchio sulle nubi s'inchinano alla Santa che s'innalza al cielo. La testa della beata è ret-
tangolare, come quella delle figure della Pietà nella Galleria di Ferrara, opera di Ercole Grandi;
le nocche delle falangi medie, nelle dita dei putti, sono assai rilevate, come nelle mani delle
figure della Pietà medesima. I monti nel dinanzi hanno lo stésso contorno tagliente, come il masso
che sostiene la croce nel quadro Santini. Ne' due quadri, lo stesso strano fondo azzurrino, gli
stessi alberi laterali con la chioma a ino' di una palma, lo stesso cartellino bianco anepigrafo
nel dinanzi. Sino a prova contraria, noi riteniamo che questi due quadri, come pure il San Rocco
a mani giunte e il San Sebastiano legato all'albero, figure intere della collezione Rarbi-Cinti a
Ferrara, provenienti dalla chiesa di Santa Maria della Consolazione, appartengano ad Ercole
Grandi, e siano il suo esordio di pittore. Quel suo sentimento idealistico del paesaggio, quel suo
amore per la viva natura, rivelato dal coniglio, dalla tortorella, dalla rondine che si vedono nel
dinanzi del quadro di Santa Maria Egiziaca, rimase nell'arte del Grandi, cosicché negli aggraziati
piccoli presepi dell'Ateneo e della collezione Lombardi in Ferrara, si rivedono quei piccoli fondi
di monti, di alberi, di mare tutto nuotanti nell'azzurro.

L'opera principale, a cui dovette attendere Ercole Grandi, al principio del secolo xvi, fu l'or-
namento del soffitto d'una sala nel palazzo ora Scrofa-Calcagnini. Il palazzo è quello stesso che i
Costabili eressero, secondo quanto viene supposto, per Ludovico il Moro. In mezzo al soffitto, sta
un rosone ad intagli clorato, e all'intorno girano lacunari dipinti di forma dodecagona, simulanti
aperture del cielo, e limitati da una fascia con figure in tante tabelline a monocromato, e imi-
tanti antichi bassorilievi. All'intorno una zona di cielo azzurro, e all'ingiro della volta un pog-
giuolo, motivo improntato dal Mantegna, dalla Camera degli Sposi, nella reggia dei Gonzaga,
ma tradotto e sviluppato con una grandiosità mirabile. Tappeti orientali di diverse foggie, con ri-
cami e frangie si stendono giù dal parapetto, da cui sporgono figure di donne con istrumenti
musicali, fanciulli con scimmie, buffoni, una donna coronata di fiori che guarda giù nella sala,
suonatori d'arpa, putti con grappoli d'uva, al di sotto d'un melograno fiorito, una madre col par-
golo in braccio appresso a due donne di età avanzata; e poi buffoni, cortigiani, signori col manto
di armellino, cantori, suonatori e donne bionde. E la vita gaia del Rinascimento in un quadro
meraviglioso, ove un altro poeta co' pennelli ritrasse la Ferrara del Roiardo e dell'Ariosto. At-
torno alla volta si rincorrono archetti, dalle cui vele si mostrano teste di personaggi; e nelle lu-
nette, quattro per ogni parete minore e sei per ognuna delle maggiori, sono rappresentati fatti
mitologici, ove specialmente si distinguono Vulcano, le tre Grazie, e Pallade, Venere e Giunone.

Il soffitto era attribuito a Benvenuto da Garofalo, secondo l'uso ferrarese di ascrivere a questo
tutte le decorazioni del cinquecento; ma Napoleone Cittadella ebbe in sospetto l'attribuzione, e
finalmente il Morelli ne indicò Ercole Grandi come autore. La giustezza dell'attribuzione è evi-
dente: sono sempre le stesse teste alquanto rettangolari di quel pittore, sempre lo stesso suo modo
di drappeggiare, sempre quella stessa dolcezza di visi, quella sua finezza nella ricerca de' parti-

1 Di un dipinto di Benvenuto Tisi da Garofalo staccato dal muro in Ferrara. Descrizione del conte Ca
millo Laderchi. Ferrara; Taddei, 1843.
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