Archivio storico dell'arte — 1.1888

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IL PALAZZO ALTOVITI

« armati tutti come tanti capitani », e a Buonconvento s'unirono a Piero Strozzi. Ma le speranze
baldanzose durarono poco; che, vinti nella battaglia di Marciano, molti de'fuorusciti furono con-
dotti legati a Firenze, dove a parecchi di loro fu tronco il capo, e le bandiere verdi stettero per
sei giorni appiccate alle finestre del palazzo di Cosimo, « per rallegrare il popolo » scrive il
Montalvo. Grìo. Battista Altoviti potè con parte de' suoi salvarsi entro Siena. Cosimo, che non po-
teva darsi pace del temerario mercante che senza ragione alcuna, e solo per liberare la patria,
gli si era a viso aperto dichiarato ribelle, dopo avergli confiscato i beni che aveva a Firenze, che
valevano più di 50 mila scudi, 1 di cui fece dono al capitano delle sue genti, il marchese di Ma-
lignano, confiscò pure, con decreto del dì 30 dicembre Ì555, la dote di Fiammetta Soderini sua
moglie, rea di non aver voluto abbandonare il marito dichiarato ribelle. Al figlio di Bindo, An-
tonio, eletto da Paolo III, fin dal 1548, arcivescovo di Firenze, non solo negò l'investitura, ma
vietò l'ingresso in Toscana e pose le entrate della mensa vescovile sotto sequestro: solo venti
anni dopo, e undici dopo la morte del padre, egli potò, per intercessione di Pio Y, prender pos-
sesso della sua sede.

Ma torniamo al palazzo. Divenuto papa, nel 1534, il cardinale Alessandro Farnese col nome
di Paolo III, Bindo che era suo familiarissimo, fece dipingere da Francesco Salviati sul prospetto
della sua casa l'arme del nuovo pontefice « con alcune ligure grandi ed ignude che piacquero
infinitamente; » la quale arme, essendo poi andata male, vi fu rifatta di stucco.

L'Altoviti, condottosi nel 1540 a Camaldoli presso Firenze per trasportare a Roma de' grossi
abeti per la fabbrica di San Pietro, vi avea conosciuto il Vasari che v'attendeva a dipingere; e
piacendogli i suoi lavori, gli ordinò la tavola della Concezione per la sua cappella in Firenze
nella chiesa de' SS. Apostoli, e lo invitò a Roma; dove condottosi il Vasari sulla fine dell'anno 1542,
fece per lui una Deposizione che ebbe lode da Michelangelo, e fu da Bindo fatto conoscere al
cardinal Ranuccio Farnese e ad altri dai quali ebbe diverse commissioni; nel 1544 poi tornò nuo-
vamente a Roma e dipinse per l'Altoviti una Venere su disegno di Michelangelo. Nel 1550, eletto
papa Giulio III, il Vasari venuto a Roma per l'apparato delle feste, andò a scavalcare a casa di
Bindo, il quale in quell'occasione diede una splendida festa, rappresentando sul ponte Sant'Angelo
la difesa del ponte d'Orazio Coclite. Finite le feste e terminali alcuni lavori, nel 1553 egli voleva
tornarsene a Firenze, ma fu forzato da Bindo a restare in Roma per dipingergli due logge, una
grandissima nella sua vigna, e l'altra « nel terreno della sua casa in Ponte, piena di storie a
fresco; e dopo, per lo palco di un'anticamera, quattro quadri grandi a olio delle quattro stagioni
dell'anno. » 2

La fabbrica nell'interno, eccetto quella loggia o scriitojo, come lo dice il Celimi, non avea
molto del palazzo, e per esser sorta in più tempi su vecchie case, mancava d'unità come del resto
indicano i due portoni: verso San Giovanni de' Fiorentini la casa restaurata dei Bonadies, verso
il fiume la costruzione in gran parte nuova. Passata la scala, di stile sangallesco, si trovava a
pianterreno lo scrittoio di Bindo, colla volta del Vasari di cui qui diamo il disegno. Tre archi
mettevano dallo scrittojo all'elegante loggetta sul fiume. Molli han creduto che la loggetta fosse
architettura di Raffaello, ma l'esame dei balaustri e delle cornici la dimostra facilmente opera
più vicina alla metà che ai principi del cinquecento. Da altri è attribuita al Vignola; ad ogni
modo, cosi la sala come la loggetta dovette esser costruita poco prima che il A'asari dipingesse
a fresco la volta ; nò infatti par credibile, se la sala e la loggetta fossero state edificate vivente
Raffaello, cioè prima del 20, che Bindo avesse aspettato piii di trent'anni a far dipingere la volta.

La loggetta era ornata di leggiadre grottesche, ridotte in cattivo stato dall'umidità, che cer-
tamente non sono opera nò del Vasari nò della sua scuola. Sono da alcuni credute di Giovanni
da Udine (m. 1564); ma per quel poco che se ne può vedere, pajono meglio avvicinarsi alle grot-
tesche di Pierin del Vaga (m. 1547) in Castel Sant'Angolo e altrove.

Nella volta dello scrittojo, il Vasari rappresentò nell'elissi di mezzo il trionfo di Cerere, e in

1 Segni, loc. cit.

2 Vasaki: Descrizione delle opere di G. V.
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