Archivio storico dell'arte — 1.1888

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dalla città e quando si sommerse, l'altro quando il suo
popolo si sommerse e gli ebrei fuggirono nel deserto.

Gentile poi si obbliga di fare opera migliore e mag-
giore di quella dal padre Jacopo o pei' lo meno uguale,
coll'accordo di essere corrisposto in proporzione.

Nel terzo documento del 24 aprile 1470 è registrato
un accordo tra Giovanni Bellino e Messer Gabriele Gil-
bert, guardiano della Scuola, e compagni, pel (piale
accordo Giovanni s'impegna di dipingere il quadro in
tela da porsi in capo alla Scuola, il primo verso all'aitar
maggiore.

Il quadro dovea esser diviso in due campi e rappre-
sentare il Diluvio e l'arca di Noè coi relativi accessori,
e i patti doveano essere quegli stessi fatti prima, il 7
gennaio 1469, dai confratelli di S. Marco col pittore
Lazzaro Sebastiani, per il quadro pure in due campi
rappresentante la storia di David.

Nel quarto documento che porta la data del 1° marzo
1504. Gentile Rollino, allora Vicario della Banca della
medesima Scuola, ottiene di eseguire un quadro in tela
che egli desiderava di dipingere per la Scuola e che fu
stabilito di porro in testa dell'albergo in mezzo alla
porta grande.

Segue la riproduzione del testamento di Gentile Bel-
lino in data del 18 febbraio 1506, esistente nell'Archivio
notarile di Venezia e già pubblicato dal Caffi.

Ultimo viene un documento del 7 marzo 1507, nel
(piale Giovanni Bellino, per desiderio espresso da Gentile
nel suo testamento, assume l'incarico di compiere il
quadro in tela incominciato da questo e di cui si tratta
nel documento quarto, alle stesse condizioni in esso
stabilite.

Il quadro, secondo il Molmenti, deve essere la celebre
predicazione di S. Marco sulla piazza d'A essandria
d'Egitto, ora conservato nella Pinacoteri di Brera.

0. Maruti

UMBERTO ROSSI. La patria di Sperandio (n. 12, anno VI della
Gaz-etta numismatica. Como, 1887).

L' autore, noto per altri contributi alla storia delle
medaglie del Rinascimento, aggiunge argomenti a prova
che la patria dello Sperandio è Mantova, non Roma,
come si sarebbe potuto desumere da un documento
pubblicato dal Malagola. Non ci sembra però che il
medaglista Sperandio sia l'artista raccomandato nel 1491
da Ercole I, duca di Ferrara, al marchese Francesco
Gonzaga: esso è invece probabilmente il pittore Spe-
randio da Campo, pure mantovano, ricordato in quel-
l'anno ne' registri della corte ferrarese. Non si hanno
vere prove che Sperandio medaglista fosse a Ferrara
nell'ultimo decennio del secolo xv.

O. Maruti

Etud.es ìeonographiques et arehéologiques sur le moyen-dge,
pur EUGÈNE MUNTZ. Première serie. Paris. Leroux 1887,
in- 12. [)[). VI i'. 175.

Sotto questo titolo l'erudito autore, ben noto a tutti
gli studiosi e cultori della storia dell'arte, ha riunito
in un grazioso volumetto in forma allargata ed emen-
data parecchi studi e saggi, stampati già prima in varie
riviste. L'operetta fa parte della « Petite bibliothòque
d'Art et d'Archeologie » che da poco tempo si pubblica
dall'editore Ernesto Leroux, e che, oltre il volume suac-
cennato, ne contiene un altro dello stesso autore sulla
« Biblioteca vaticana nel Cinquecento » uno sul « Par-
tenone » di L de Ronchaud, uno del S. Reinach sulla
« Colonna Trajana » e parecchi altri saggi pregevoli.

Per quanto grande sia la diversità negli articoli del
volumetto di cui parliamo, riguardo agli oggetti e alle
epoche, l'idea dominante che ritroviamo in tutti, è per-
tanto di dimostrare l'esistenza delle tradizioni della cul-
tura e dell'arte antica durante i primi secoli del medio
evo. Un altro punto poi, che i presenti studi del dotto
autore si adoperano di schiarire, è la comunità delle
ispirazioni nell'intiera arte del medio evo, per tutto il
mondo, da un capo all'altro, — fenomeno che, se si fa
astrazione dell'influenza esercitata dalla chiesa, deriva
direttamente dall'uniformità di coltura, imposta dalla
disciplina romana, e perciò è pure una conseguenza della
tradizione classica. Esaminando sia il carattere dell'or-
namento nell'arte del medio (ivo, sia i suoi miti (p. e.
le leggendo di Carlo Magno e di Orlando), sia le sue
emanazioni didattiche, come i « bestiari » e i « trat-
tati delle virtù e dei vizi » è impossibile di non accor-
gersi con quanta energia quelle grandi coirenti trion-
fino sulle tendenze di razza e quanta unità impronti-
no a tutta l'arte del medio evo sotto le latitudini rao-
grafiche più distanti e diverse. Infine l'autore in que-
sti suoi saggi s'ingegna d'indicare dappertutto la con-
nessione stretta fra i monumenti dell'arte e quelli della
letteratura, e di dimostrare l'influenza esercitata da poeti
filosofi e moralisti sugli artisti contemporanei, come
anche da singole opere di quest'ultimi sulla formazione
di leggende popolari, e sull'origine di produzioni poe-
tiche. Ricchissimo di argomenti in riguardo a tutti e
tre i punti di vista testò segnalati, è il primo saggio
su « I pavimenti figurati dal secolo IV al XII, » mentre
il secondo: « La decorazione di una basilica ariana nel
secolo V » dà la descrizione dei mosaici dell'abside di
S. Agata alla Suburra a Roma, fatti eseguire da Ri ci-
merò probabilmente fra il 464 e il 472, e distrutti nel
1590 o 1592, giovandosi l'autore a questo scopo delle
copie di essi fatte dal Ciacconio nel prezioso suo codice
manoscritto della vaticana ("fondo lat. N. 5407 ff. 27 e
seg.). Nel terzo studio il Muntz tratta della « Leggenda
di Carlo Magno nell'arte medioevale » specialmente in
riguardo all'influenza delle produzioni poetiche su quelle
delle arti, del disegno. Nell'ultimo sopra « La mi-
niatura irlandese e anglo-Sassone nel secolo IX » for-
nisce la prova, che lo stile e il modo dell'ornamenta-
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