Archivio storico dell'arte — 1.1888

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294 LA QUINTA EDIZIONE DEL "CICERONE,, DI BURCKHARDT

ci si offre di mano del Costa, durante la sua dimora a Mantova fu occupato in svariate opere per le
chiese di detta città e pei palazzi dei Gonzaga.

A compimento poi di quanto spetta allo stesso artista, si legge nel Cicerone, che a Mantova
il più eminente collaboratore (der hervorragendste Oeselle) del Costa fu il suo concittadino Ercole
di Giulio Cesare, avvertenza che difficilmente si potrebbe verificare, anche astrazion fatta della cir-
costanza, che quanto abbiamo di sua mano richiama l'origine da Ferrara. Se non altro, basterà
rammentare in proposito le sue due opere principali, la tavola degli Esposti, ora a Londra, e il
ricchissimo soffitto del palazzo Scrofa.1

Quanto alla relazione di padre e di figlio che il Lode vorrebbe stabilire fra Ercole dei Roberti
ed Ercole di Giulio Cesare, se apparisce tutt'altro che confermata nell'ordine propriamente genea-
logico, conveniamo che potrebbe essere più agevolmente accettata dal lato della figliazione artistica
(p. 622).

Dalla disciplina del Costa e del Francia a quella di Timoteo Viti sappiamo essere breve il passo.
La nostra Guida ben lo avverte, ma pel rimanente ci è giuocoforza confessare che avremmo delle
eccezioni a fare rispetto a quanto c'insegna intorno a Timoteo, dicendo che in Urbino si appropriò
le particolarità (die Eigenthumlichkeiten) di Giovanni Santi e dello Spagna e da ultimo subì
influenze rafaellesche; come intende rilevare da una figura di Sant'Apollonia nella galleria di
Urbino, che gli richiama la Santa Cecilia di Rafaello, e nella sagrestia del duomo dalla tavola dei
Santi Martino e Tommaso coi devoti (p. 625). Gli assegna quindi più avanti un posto fra i seguaci
di Rafaello, e come tale persiste a considerarlo autore del disgraziato quadro rappresentante
San Luca che dipinge la Madonna, nell'Accademia omonima a Roma (p. 705). Nel divario che corre,
a dir vero, fra questa interpretazione e quella che fa dello stesso artista il senatore Giovanni Mo-
relli, noi lasceremo alla nuova generazione di indagatori di sentenziare quale delle due si presenti
più omogenea e più attendibile.2

Del resto, il nuovo Cicerone, là dove accoglie, come fa parecchie volte, le vedute del Lermo-
lieff, esposte nella edizione originale del suo noto libro stampato nel 1880, gli rende la dovuta giu-
stizia, sebbene talora tacitamente. Che se in un maggiore numero di casi si fosse fidato del giudizio
provetto di quello, mettiamo pegno che la sua opera ci avrebbe guadagnato piuttosto che scapitato.
Come quando pone fra gli artisti dipendenti dalla scuola padovana (von Padua angeregt) il par-
migiano Filippo Mazzola, nel quale scorgeremmo in vero più spiccata l'aspirazione ad emulare
nell'arte del ritratto il celebre Antonello da Messina (p. 627). E parimenti quando persiste nelle
antiche opinioni intorno a quest'ultimo pittore, non condonandogli il viaggio nelle Fiandre ad im-
pararvi la tecnica ad olio dei Van Eyck, e facendolo in certo modo superiore ai corifei della pittura
veneta, i fratelli Giovanni e Gentile Bellini, per una presunta influenza esercitata sul loro ulteriore
sviluppo, in ispecie su quello di Giovanni Bellini (fùr die letzte Ausbildung der beiden Bellini,
in \s besondere des Giovanni) (p. 632).3

Avrebbe guadagnato, in fine, se dallo stesso libro avesse colto i criteri opportuni a delineare
più nettamente la fisionomia artistica di un grande autore, quale il suddetto Giovanni Bellini,4 e
a vedere come gli vadano tolte, secondo ogni probabilità, le figure di guerrieri dipinte in Treviso
accanto al monumento Onigo, le quali, e per se stesse e per i particolari vie più spiccati di certi
tondi a chiaroscuro sottoposti (i quali non si vedono se non prendendosi la briga di aprire due
sportelli), si qualificano per opere di queir Jacopo de' Barbari, cui il Lermolieff dedica una partico-,
lare attenzione (p. 637).

1 Si sa che il merito di avere rivendicato ad Ercole le dette due opere (la prima fin qui riputata del Costa, la seconda
del Garofalo) spetta al Lermolieff, come si può vedere nel noto suo libro intorno alle tre grandi gallerie germaniche. Tali
giudizi già hanno ricevuto la generale sanzione de1 conoscitori.

2 Vedi : Le opere dei maestri italiani nelle gallerie di Monaco, Dresda e Berlino. Saggio critico di Ivan Lermolieff.
Bologna, Nicola Zanichelli, 1886, p. 304 e segg.

3 Si noti che il Burckhardt nelle prime edizioni diceva soltanto essere possibile che la scuola coloristica veneta fosse
debitrice di qualche cosa ad Antonello. Per quali indizi poi nella 5» ediz. Pietro figuri come fratello di Antonello è cosa che
ignoriamo.

4 Vedasi in proposito la p. 634 della 5» ediz., dove sono enumerati fra le opere del Bellini i deboli quadri attribuitigli
nelle gallerie Poldi, nelle civiche di Bergamo e di Treviso, nel palazzo Ducale a Venezia.
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