Archivio storico dell'arte — 1.1888

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GUSTAVO FRIZZONI

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Nuove modificazioni di giudizi s'imporrebbero ai paragrafi concernenti i fratelli Antonio e
Bartolomeo Vivarini da Murano, il Carpaccio, il Basaiti, il Catena, nei quali forse è mancata l'op-
portunità allo scrittore di sottoporre al proprio raziocinio una parte della materia trattata.1

Per un altro verso non gli va negato il merito di mostrarsi informato de visu delle più recenti
scoperte. Tali quelle di alcune interessanti pitture murali della chiesa di Sant' Eustorgio a Milano.
Quando, per altro, nella quarta cappella quivi (il nome della chiesa è ommesso, ma sappiamo essere
intesa la sunnominata) viene segnalata la mano dell'insigne artista veronese Vittore Pisano negli
affreschi che ne decorano le vòlte, certamente il critico enuncia un giudizio troppo determinato,
prendendo abbaglio forse dalla manifestazione di certe analogie proprie della specie o fors'anco del
genere cui appartiene l'individuo eminente da lui allegato (p. 646).

Rivolgendo poi la sua attenzione alla monumentale cappella Portinari, architettata da Miche-
lozzo, posta a capo della chiesa medesima, convien dire ch'egli abbia preso il tutto per la parte,
attribuendo le pitture, che ne ricoprono le pareti, cumulativamente al bresciano Vincenzo Foppa,
laddove a quest'ultimo in realtà non si saprebbero riferire se non i quattro tondi dei pennacchi
colle figure dei Dottori di Santa Chiesa.

Fedele poi alla teoria delle influenze, non ommette di segnalarvi delle qualità rammentanti in
modo sensibile quel mago universale che si chiama Pier della Francesca, dove, ad ogni modo, una
parte ben concreta spetta alla mano del restauratore che si assunse l'impegno di rinnovare gli
affreschi nell'occasione della loro recente scoperta di sotto l'intonaco. Infine non si perita di aggiu-
dicare al Foppa medesimo una pittura rappresentante l'Adorazione de' Magi, che vedesi nel braccio
destro della chiesa, nella quale, a vero dire, non sapremmo costatare se non l'opera di un men
che mediocre pennello lombardo della fine del quattrocento (p. 649).2

Nuovi orizzonti si aprono in presenza dell'arte più fiorita, che, sorta in sullo scorcio del
xv secolo, si espande nel successivo, portando i più mirabili frutti. Ci si affacciano per le prime le
elette figure di Leonardo, di Michelangelo e di Rafaello. Le indagini molteplici già maturate
intorno ai medesimi hanno spianato alquanto la via allo studioso, per modo da agevolargli l'inten-
dimento della loro natura artistica. Quando il dott. Bode quindi ne deduce l'osservazione generica
che per imparare a conoscere a fondo un artista quale il Vinci è massimamente da raccomandarsi
lo studio della ricca suppellettile de' suoi disegni, noi siamo pienamente d'accordo con lui. Sgrazia-

1 Non dubitiamo, p. es., che in seguito ad ulteriore esame non saprebbe sfuggire ad un critico tanto addentro nella tecnica
degli antichi pittori, che dei due quadri simili attribuiti in Venezia ad Antonio da Murano, rappresentanti V Incoronazione
di nostra Donna, l'uno nella chiesa di San Pantaleone, l'altro nella r. pinacoteca, è originale il primo soltanto, copia non
molto antica il secondo (p. 629).

Ragionando poi di Bartolomeo Vivarini, accenna per opera fina di lui una ancona che il defunto duca Melzi legò alla
pinacoteca Ambrosiana, opera che andrebbe relegata piuttosto fra le fatture della bottega, mentre si sarebbe forse potuto
rilevare la mano del maestro in un ritratto di Francesco Foscari, circa il quale viene mantenuta dal Cicerone l'attribuzione
infondata del catalogo del museo Correr, che lo aggiudica a Gentile Bellini (pp. 629 e 634).

Fra i dipinti del Carpaccio cita indistintamente una affollata accolta di Santi attorno ad una Incoronazione della
Vergine, di carattere vagamente cimesco, che vedesi appesa in una delle cappelle della chiesa di San Giovanni e Paolo in
Venezia, e i quadri che portano il suo nome nel museo Poldi Pezzoli, dove certamente non gli riescirebbe difficile avvedersi
che la segnatura apposta a quel curioso Sansone con Dalila è apocrifa e il dipinto di ben altra scuola (p. 639).

Più oltre accoglie senza sospetto fra le opere di Marco Basaiti le tavolette con la figura di San Girolamo del romi-
taggio, appartenenti alle gallerie di Brera (questa evidentemente di Cima da Conegliano), del defunto principe Giovanelli e
dell'Accademia di Venezia (raccolta Molin), non che la cosi detta Santa Conversazione nelle sale venete agli Uffizi (p. 641);
fra i dipinti del trevisano Vincenzo Catena una Flagellazione nell'Accademia di belle arti in Venezia e una Madonna con
due Santi, più il devoto doge Loredan nel palazzo Ducale, che certamente non ispettano a lui, rivelando, salvo errore,
maggiore attinenza col fare del bergamasco Gerolamo da Santa Croce (p. 642).

2 Nel capitolo della pittura lombarda si nota che, contrariamente alle indicazioni del LermoliefF, si attiene alla tradi-
zione che attribuisce a B. Butinone certe opere, le quali difficilmente gli si saprebbero confermare oggidì, da che un trittico
segnato del suo nome, entrato nella galleria di Brera pochi anni or sono (menzionato d'altronde anche dal dott. Bode), ci
ha più chiaramente manifestata la di lui peculiare individualità artistica (p. 650).

Rispetto alla scuola veronese antica vi sarebbero due asserzioni da emendare, le quali vanno considerate forse come
semplici sviste, quelle, cioè a dire, della esistenza di una bella pala d'altare di Domenico Moronein Sant'Anastasia, che non
ci consta vi sia mai slata, e di tre predelle di Gerolamo de' Libri nella cappella del vescovado, le quali notoriamente sono
opere di Liberale da Verona, come già neir'errata-corrige della 2a edizione era stato significato (p. 647).
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