Archivio storico dell'arte — 1.1888

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GLI ALABASTRI NELLE FINESTRE BEL DUOMO D'ORVIETO

E LA VETRATA A STORIE NELLA FINESTRA GRANDE DT TRIBUNA

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ESSUN dubbio che la più vaga e splendida maniera di chiudere le
finestre nelle antiche chiese siano le vetrate a figure o a storie
di figure, cominciate a colorire già alcun poco prima del secolo ix
e portate ad artifizio insuperabile fra il xv e il xvi. Nel duomo
di Orvieto se ne ha uno splendido esempio del secolo xiv (entrante)
in una sola vetrata, che è la centrale di tribuna. Tutte le altre in
parte non furono operate, in parte furono condotte in vari tempi,
restaurate e rinnovate. Non che restauri e rinnovi non abbia
avuti anche la grande vetrata di tribuna; ma ha conservato abba-
stanza del suo carattere primitivo da poterla contemplare ancora
in complesso come opera originale. Quello che non fu mai cam-
biato o alterato (se mi è lecita una affermazione così sicura dopo Fuso di molti anni nei docu-
menti de' pubblici archivi) è F alabastro che chiude gran parte della luce delle finestre maggiori
nelle navi laterali e chiude tutta la luce nelle tre finestre sopra le porte di facciata. Nelle prime
ho detto gran parte della luce, perchè tutta la porzione superiore, poco più di un terzo di tutta
la finestra, oggi è a vetri a colori, disposti a disegni geometrici, alcuni de' quali non spiacevoli a
vedersi, ma che neppure possono dirsi degni di ornare chiesa siffatta. Sono eseguiti nei primi di
questo secolo, altri circa la metà di esso, in Orvieto, e qualcuno in Parigi.

Ora che nel duomo di Orvieto è stato possibile dar principio ad un coraggioso lavoro, spo-
gliandolo di tutti gli infarcimenti dei secoli xvi, xvn e xvm, e rimettendo in luce tutte le sue
linee primitive, le pure e ingenue bellezze del più gentile e aggraziato ogivo del secolo xm non
consentono certe ornamentazioni accanto d'altra maniera o foggiate ad imitazione fantastica dell'an-
tico. E dovendosi riaprire alcune finestre delle navi inferiori chiuse nel secolo xvi, e ripararne
altre, la Deputazione dell'Opera, della quale mi pregio far parte, non dubitò di attenersi alla stessa
maniera di tutte le altre quanto agli alabastri. Questi sono a tavolette rettangolari, le une sulle
altre, murate fra un colonnello e l'altro. In facciata le due ai lati sono in tutta l'altezza delle qua-
trifore dal basso all'estrema punta del sesto acuto. Ivi i colonnelli sono di verde di Prato: cosi
nella luce dell'arco a tutto sesto sulla porta di mezzo, tutto intersecato da nervature di detto marmo
verde a finimento acuto con cimatura senza frastaglio. Spranghette di ferro, dove più, dove meno,
secondo il bisogno, stanno a rafforzare gli alabastri a contrasto con gli stipiti e colonnini che li
racchiudono. Nelle finestre delle navi minori, a differenza di quelle di facciata, bifore e divise da
colonnello di travertino, ornato di capitello, la cima è fregiata di un frastaglio a rosoni; ma infino
alla cima non giungono gli alabastri, come si è detto, che occupano la parte inferiore della finestra
e giungono poco più su de' due terzi della sua luce intera. Qui le tavolette sono tenute insieme.

Archivio storico dell'Arte — Anno I, Fase. IX. 1
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