Archivio storico dell'arte — 1.1888

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GLI ALABASTRI NELLE FINESTRE DEL DUOMO D'ORVIETO

lavori di vetrate condotti da Giovanni Bonino d'Assisi, poco dopo occupato anche a lavorare nella
finestra grande di tribuna. Ora è da aggiungere che, nel secolo seguente, un pittore a vetri che
lavorò nell'occhio grande del duomo di Siena, ser Gaspare di Volterra, fu allogato dall'Opera di
Orvieto per rifare tutte le vetrate, in parte cadute, in parte non ancora operate. Dalla sua condotta
dell'anno 1444 appare chiaramente tutto il disegno, come allora si aveva, di ornare la chiusura delle
finestre, salvo le piccole delle edicole, alle quali fu pensato, come già accennammo, nel secolo xvi.
Di quelle maggiori sulle navi di fianco, una sola fu eseguita da ser Gaspare sul modello di Benozzo
Gozzoli, rappresentante San Pietro e San Paolo, Santa Caterina e Santa Lucia, l'Annunciazione
della Vergine con un Dio Padre nel rotondo del frastaglio. A questa vetrata essendosi da poi adat-
tati vetri a colori in varie formelle geometriche, oggi fu sostituita altra vetrata cogli stessi sog-
getti antichi condotti alla maniera del secolo xv, e di sicuro, assai felicemente dal Moretti. Il quale
si provò in quest'opera di superare una grande difficoltà; quella di intonare le figure e i campi e
i fregi a colore colle sottostanti lastre trasparenti alabastrine. La cui luce giallognola pare salire
su su a diffondere sopra le figure un'aura placida e uniforme, come le sfumature dei fiochi cre-
puscoli d'inverno. Il contrasto naturale dei colori sul vetro col pallido riflesso delle pietre d'ala-
bastro non è avvertito; onde risulta una intonazione luminosa in tutta la luce della finestra. Il
valente pittore perugino ha ottenuto meritate lodi per questo suo tentativo. Ma per poco che
l'occhio dell'osservatore si vada a posare sulla vetrata di tribuna, che ho diffusamente descritta
di sopra, questa, tutta scintille vivaci, quasi cielo luminoso che si rispecchi in onde purissime, dà
il termine di confronto sull'altra e la fa parere una cosa diversa. Quando poi il Moretti, di fronte
alla prima sua vetrata, ne mise un'altra sullo stesso stile, ma intonata indipendentemente dai riflessi
sottostanti, il confronto con quella antica è stato assai più piacevole per gli effetti della bella ar-
monia delle tinte di base. La gaia e limpida bellezza della seconda opera del Moretti appagò tanto,
che, in quel caldo, si udi da molti imprecare all'alabastro, quasi deturpamento a tanta bellezza, e
qualcuno si diè a promuoverne la condanna all'ostracismo. Certamente, come ho detto in principio,
maggior bellezza deriva agli occhi per la luce attraverso a cristalli vagamente dipinti, che non
altrimenti. Ma se noi abbiamo infili dai primi tempi cotesto genere di finestre, come mi pare di
aver provato, faremmo noi opera buona, per rendere più bella una chiesa dal xm al xiv secolo, ad
ornarla diversamente dalla prima maniera, o non piuttosto ci renderemmo colpevoli, come i cin-
quecentisti e i secentisti, di portare il gusto moderno sulle opere antiche? Non si deve credere che
l'alabastro non abbia anch'esso la sua ragione in un tempio, e molto meno che sia una particolarità
del nostro duomo di Orvieto. Che l'uso ne fosse cornane non diremo: ma che in antico alabastri,
corniole, agate si lavorassero per chiudere le finestre, è cosa nota, attestata anche dal Vasari. 1
Fu una imitazione venutaci dall'Oriente, dove sono molte le chiese con tali finestre. Il Tournefort
nel suo Viaggio in Levante2 ne cita una d'alabastro da lui veduta in antichissima chiesa armena,
nel castello d'Angora. Il signor della Guitelerie nella sua Descrizione eli Atene ricorda undici fine-
stre chiuse da alabastri orientali nella chiesa del convento di San Luca, posta sopra il monte Stiri
nella Grecia. Due se ne scorgono pure nella muraglia principale del tempio di Santa Sofia in Co-
stantinopoli. Il D'Agincourt riporta nelle sue tavole 3 le vetrate di questo genere della cattedrale
di Torcello, una delle isole delle lagune di Venezia, e le vetrate grandi dell'abside di San Miniato
al monte presso Firenze, e dice « che questa maniera di illuminare le chiese, della quale trovansi
altri esempi in alcune chiese antiche della Toscana ed un numero anche maggiore in quelle di
Oriente, è probabilmente stata imitata dall'antico ». 1 La qualità dell'alabastro di San Miniato è una
specie di breccia paonazza: le parti bianche sole sono perfettamente trasparenti: le paonazze sono
più opache. La qualità dell'alabastro delle cave orvietane è biancastra, a differenza di quello senese
che è agatato, venato e a onde di tinta cangiante. Il Maitani, che, per essere di Siena, conosceva
bene questa specie, la preferi; come quella che sembrando una varietà dell'alabastro orientale, anche

1 Vasari, Vite, cap. XVIII.
- Tomo 11, p. 455.

3 Tav. xxv, xi secolo, un. 21, 27, 30.

4 D'Agincourt, Storia dell'arte, voi. V, p. 65 e segg.
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