Archivio storico dell'arte — 1.1888

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MISCELLANEA

MISCELLANEA

Artisti ignoti nelle Marche :

GIULIO E VITRUCCIO VERGARI

Nell'archivio di Amandola, piccola città della pro-
vincia di Ascoli-Piceno, si trova registrato all'ilo
del Camerlengo, anno 1502, mese di ottobre, un tal
Magr Julius Dominici Jcannis Yergari, il quale ri-
cevè soldi sessanta prò pictura armis (sic) Re.mi Le-
gati. Dagli Atti del comune, anno 1524, apparisce
che il suddetto pittore fece parte del pubblico reg-
gimento, sostituendo un suo fratello, di nome Pier
Domenico, morto di recente. Il 20 novembre dello
stesso anno sorti dal Bossolo Credenza, e nel gen-
naio del 1528 sortì da priore. Ritroviamo poi il suo
nome nel 1534, in cui Giulio si obbligò a dipingere
Cappellani Sanctae Elisabeth in Ecclesia S. Augu-
stini, per fiorini venti. È testimonio in un rogito il
28 agosto 1538; nel 2 febbraio 1540 fu eletto dei
Conservatores iustitiae ; poi lo rincontriamo di nuovo
testimonio a due rogiti il 1G di maggio 1543 e il 12 gen-
naio 1545. Nel 1543, '44, '45 fu elettore e poi di nuovo
dei Conservatores. Nel 1550, insieme a suo figlio Vi-
truccio, dipinse Tarma del nuovo pontefice Giulio III,
come dolVEsito del Camerlengo. Queste notizie mi
sono state comunicate dall'arciprete don Pietro Fer-
ranti, attivissimo ricercatore di memorie storiche.

Io ho trovato nella chiesetta di San Giovanni a
Montemonaco, poco lontano da Amandola, una tela
a tempera con questa scritta nel fondo : Julius Yer-
gari de Amandula pinooit. E lungo il lato inferiore
e' è scritto : Virgilius Johannis Petri De Garullis sua
prò devotione fieri fecit MDXX.

Nello stile, a giudicar da quella pittura, il Vergari
segue il Perugino più che altri, ma non lo accetta
del tutto. Nel panneggiare, per esempio, egli non ha
le brusche e viziose interruzioni di pieghe che tanto
dispiacciono, a mio sentire, nel maestro umbro, per-
chè turbano o rompono la massa grandiosa che non
difficilmente egli ha trovata nel primo concepire, oltre
che offendono apertamente la verisimiglianza. Dal
proprio ingegno e dagli esempi del Perugino pare
che il Vergari attinga il disegno intelligente delle
teste e delle parti nude; ma in lui il disegno diviene
un po' minuto. Il Perugino talvolta dissimula sa-
pientemente la linea nel vigore d'un'ombra, mentre-
chò nelFamandolese, per una specie di peritanza che

par ch'egli abbia d'avventurarsi nei forti scuri, la
linea è troppo seguita e descritta. Altri potrà trovar
puerile quel suo render conto di tutto col disegno :
io ci vedo un animo coscienzioso e un'amabile inge-
nuità; amabile, perchè, quanto all'intelligenza della
forma, troviamo forte l'artista, ed all' intelligenza si
sposa un senso istintivo di grazia, che non trasmoda
però nella smorfia peruginesca.

Certo è un pittore che immaginò l'arte collocata
più in alto del punto a cui potè giungere. Ma, o il
rispetto per l'arte fosse tale ch'ei non potesse libe-
rarsi mai dal trattarla timidamente (come avviene
a molti), o che nella conoscenza dei metodi, impor-
tantissima allora, ci sia stato qualcosa d'imperfetto,
certo è che l'abilità tecnica sembra in lui restar im-
pari alla visione che aveva avuta d'una bella testa
o d'altro. C'è nella forma qualcosa che fa intrave-
dere la carezza lunga e insistente del pennello, e fi-
nalmente l'abbandono dell'opera per mesta convin-
zione di non poter fare di più. I suoi scuri più forti
sono toni che nella tavolozza d'altri sarebbero mezze
tinte; del pari, egli fugge i forti chiari; sicché tutta
la modellazione restringe a poche note medie. Non
forza di rilievo perciò, e, direi quasi, inettitudine a
comprendere le grandi leggi del chiaroscuro; ma,
considerando a parte ogni oggetto, si trova che nella
parsimonia dei mezzi adoperati c' è quanto basta a
mostrarne il gonfiarsi, il rispianarsi, lo svoltare e lo
sfuggire in iscorcio. Cosi pure Giulio non s'arrischia
mai a tinte vivaci: tutte le smorza. Si direbbe ch'ei
lavori continuamente spaventato dall'idea di dare
una pennellata che non si fonda armoniosamente
nell'intonazione oltremodo discreta del suo dipinto.
Pel chiaroscuro dunque e pel colorito egli è un pit-
tore languido e dilavato. Che cosa lo rende prege-
vole ?

L'ho già detto: il buon disegno e la grazia. Ma
a parlarne meglio sarà utile descrivere la pittura di
Montemonaco. Il soggetto è tratto da una leggenda,
di cui in vari paesi di questa regione e fors'anche
dell'Umbria si serba il ricordo in pittura; ho detto
dell'Umbria, perchè nella galleria Colonna a Roma
ce n'è uno dipinto da Niccolò da Foligno. Una madre,
infastidita dalle piccole bizze d'un suo fanciulletto,
gridò: « Che il diavolo ti si porti! » E il diavolo
apparve subito; di che atterrita la donna, chiamò a
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