Archivio storico dell'arte — 1.1888

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MISCELLANEA

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soccorso la Vergine, che tosto intervenuta ebbe ri-
tolto a Satana la sua preda. Nel mezzo della tela si
erge la Vergine, con faccia tranquilla, come chi è
sicuro della vittoria. Colla mano destra alzata sopra
il capo stringe una mazza minacciando il diavolo,
mentre colla sinistra tiene stretto il putto per un
braccio. Ma il diavolo gli ha afferrato una gambina
e non vuol cederla, di che il putto spaurito si volge
contro il suo nemico. Questo fanciullo affatto nudo
è disegnato con tanta cura e con tanto garbo, che
forse, se fosse colorito più vigorosamente, sarebbe
lodato nell'opera di qualunque pittore di quel tempo;
ed ha veramente carattere di scuola peruginesca. Il
diavolo è bruno e velloso e fa ripensare ai famosi
diavoli del Signorelli in Orvieto, che forse il Vergari
vide, come ai tipi prediletti del Signorelli fa ripen-
sare la testa della Madonna. Sul davanti è dipinta
la madre inginocchiata, volgente le spalle allo spet-
tatore; apre le braccia raccomandandosi; e volgendo
il viso alla Madonna, ne mostra a noi il profilo soave,
contornato con grande amore dall'artista, che ha cer-
cato (nè affatto vanamente) di colpire queir istante
in cui dallo sbigottimento l'animo passa alla fiducia.
È una figura vestita alla cinquecentistica, e forse è
la moglie del committente Virgilio Garulli. I capelli
della donna sono racchiusi in una borsetta gialla, e
la veste è tutta di verde scuro, colle maniche molto
rigonfie. La sottana è ricchissima di pieghe, studiate
evidentemente dal vero, poiché hanno quelle mosse
che l'immaginazione non indovina, ed hanno certe
spontanee sovrapposizioni che dimostrano come la
donna repentinamente sia caduta in ginocchio. Di
questa sagacia onde la figura è avvivata per le acci-
dentalità stesse della veste, mi pare che al Vergari
si debba dare la più franca lode. In ciò egli vince
il suo stesso maestro, supposto che maestro gli sia
stato il Perugino; congettura che ha innegabilmente
un valore, giacché un soffio dello spirito peruginesco
pare che aleggi davvero per entro il dipinto Ad ogni
modo, dagli esemplari perugineschi molta parte egli
dedusse della sua educazione artistica. Per una fi-
nestra rappresentata nel fondo della stanza, si vede
un breve tratto di paesaggio. Non i monti boscosi
del proprio paese ha preferito il pittore, ma una cam-
pagna amena, ove un fiume dolcemente serpeggia,
attraversato da un ponte. Una reminiscenza dell'Um-
bria?... Forse! È evidente che nell'Umbria egli c'è
stato. Abbiam veduto dai documenti che Giulio era
in Amandola nel 1502: poi non riapparisce in patria
che molti anni appresso. Ebbene, gli anni susseguenti
al 1502, quand'egli ci fugge di mano e non si lascia
più trovare, si prestano mirabilmente alla supposi-
zione che fossero da lui impiegati nello apprender
meglio a dipingere. Era figlio di un medico, il quale
forse per l'esercizio stesso dell'arte salutare sarà
stato chiamato o sarà volontariamente andato fuor
di patria, conducendo seco il figliuolo; e le corre-

zioni ch'egli fece a qualche difetto dello stile del Pe-
rugino gli furono forse consigliate dall'aver visto a
Perugia e l'affresco di San Severo e la Madonna degli
Amidei e la Deposizione di Atalanta Baglioni. In
una casetta, pochi passi fuor d'Amandola, c'è un
affresco deperitissimo rappresentante la Madonna
col putto, seduta in trono. La testa della Madonna
è la parte che meno ha sofferto i danni delle piogge
e della longevità. Il pittore della tela di Montemo-
naco è riconoscibilissimo in quel frammento, com'è
chiara in lui l'intenzione d' imitare Raffaello.

Una tavola di Giulio Vergari è nella chiesa ma-
trice di Bolognola, un paese sperso tra le montagne
del Maceratese, al quale non si accede da questa
parte se non per lunga ed aspra e scheggiata strada
mulattiera. È una Madonna incorniciata da quindici
quadretti minori rappresentanti i misteri del Rosa-
rio. Vi è questa iscrizione : Rosarii hoc est divi opus
Fraternilati dicalum, Prioratus tempore exactum
Mathei et Jacoài Pierangeli, vero syndicatus Angeli
Gulini. Anno a Natale Christiano MDXIX. Julius
de Amia depinocit, Beo favente. La trovarono alcune
persone intelligenti e colte, che non esitarono a ri-
conoscervi un allievo del Perugino. Benché sia cosa
assai dubbia, giacché la si ripete ad ogni occasione,
riferirò tuttavia che il parroco ripetè più volte a quei
signori che un antiquario, vari anni prima, gli aveva
per quella tavola offerto trentamila lire.

A Trisungo (provincia ascolana), nella elegante
casa Petrucci, ov'è scolpita la data 1505, sull'arco
che sovrasta alla porta c'è una Madonna perugine*
sca, che il tempo corrode sempre di più, e di cui
ricordo il nobile movimento della testa e lo sguardo
bellissimo. E, poco lontano, a Pretare, vidi un affresco
peruginesco in una chiesetta, mal ritocco. E forse in
questi avanzi che, se non dall'ignoranza, saranno
presto cancellati dall'umidità che li macchia, li ap-
panna e li screpola, è forse tutto quel che resta d'un
pittore che la storia non avrebbe dovuto obliare, e
le cui opere, se si giudica dalla vita non breve (lo
troviamo pittore nel 1502 e lo rivediamo col pennello
in mano ancor nel 1550), saranno state numerose.
D'altra parte, come avrebbe potuto la storia tener
conto di costui che, a quanto sembra, visse modesto
e appartato, e che, se non fu tenuto in disprezzo, fu
almeno guardato con indifferenza dalla città stessa
che avrebbe dovuto vantarsene ? Amandola ha di-
strutto tutto quel che aveva di lui : non c' è che quel
misero frammento che ho nominato, all'esterno di
una casetta. Dico cosi francamente, perchè, dopo aver
esplorato tutto il capitale pittorico della città, non
solo non ho trovato (chè ciò vorrebbe dir poco) al-
cuna pittura firmata da lui, ma nessuna che ricordi,
neppure alla lontana, lo stile di quella che ho vista
a Montemonaco, anzi nessuna che possa ragionevol-
mente essere collocata nella prima metà del se-
colo xvi. Sono tutte o anteriori (e queste ridotte a
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