Archivio storico dell'arte — 1.1888

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MISCELLANEA

frammenti) o posteriori. Si direbbe che ivi, ogni tre
o quattro generazioni, i viventi, invasati da ignoto
spirito distruggitore, sentissero afa, disgusto e mole-
stia intollerabile dell'opera accumulata dalle genera-
zioni precedenti, sicché rifacimenti sopra rifacimenti
e condanna spietata di affreschi che, a giudicare
dai suddetti frammenti, sarebbero stimati prege-
voli dall'investigatore moderno. Fino al 1757, qual-
cosa del nostro Vergari forse ancora sopravviveva
nella sua città. Si faceva allora il processo di beati-
ficazione al B. Antonio di Amandola, e la Santa Sede
aveva ordinato che ivi si raccogliessero tutte le tracce
dello spontaneo culto popolare che a lui si dedicava
già da tre secoli. Nel rapporto troviamo mentovati
due affreschi iti istile del Perugino, all'esterno di
due case, nei quali il B. Antonio è messo in com-
pagnia d'altri santi. Ora sono perduti.

Anche in Amandola, come altrove, più sfrontati
degli altri nel disprezzo dell'antico sono i secoli xvn
e xviii. Ci sono due grandi chiese, la cui bella strut-
tura esterna nei fianchi, nelle absidi e nei campanili
non è troppo sfigurata, e le cui porte per grande
fortuna sono perfettamente illese ; ma nell' interno
che baraonda d'intemperanze e di capricci architet-
tonici ! Dio sa quali e quante pittuie del quattrocento
e del cinquecento caddero in queste deplorabili rico-
struzioni; noi intanto cerchiamo invano in Sant'Ago-
stino (una delle chiese di cui parlo) la cappella di
Santa Elisabetta, dipinta, come abbiam veduto, da
Giulio Vergari; e al pari di questa saranno indubi-
tabilmente stati distrutti altri dipinti il cui stile ca-
stigato e semplice parve compassionevolmente pue-
rile ai nipoti tronfi, tumidi, sicuri soprattutto della
propria superiorità sull'arte degli avi !

Ed ora poche parole di Vitruccio Vergari, figlio
di Giulio, che aiutò suo padre, come abbiam veduto,
a dipingere lo stemma di Giulio III in Amandola.
Egli, secondo documenti dell'archivio comunale letti
e copiati dall'arciprete Ferranti, apparisce scolaro
(certamente di suo padre) nel 1541. Nel 1550, per
rescritto del legato pontificio ebbe la privativa di
dipingere gli stemmi del suddetto papa in tutte le
città della Marca. Nell'aprile del 1555 fu dal comune
di Amandola mandato a Roma per trattare affari di
pubblico interesse. Nel 1564-65 fu in patria Cancel-
liere della milizia (codice dipi. n. CCXV). Dal 10 al
13 marzo 1566 oratore pel comune. Dall'ottobre 1569
al 18 febbraio 1570 fu in Ascoli per affari del comune.
È nel Ruolo-Bocche del 1572. Nel 1583 era morto.

Delle armi di Giulio III dipinte nelle città mar-
chegiane nessuna è rimasta, che io sappia, e pur-
troppo nessun documento ci avverte di altre opere
di Vitruccio. Alle Tofe, un villaggetto piantato sulla
riva dell'Aso, in una gola appiè del monte Sibilla,
c'è nella chiesa parrochiale un pregevole affresco,
al disopra di un altare, rappresentante quattro putti
che sostengono un baldacchino. È pittura cinquecen-

tistica di buona maniera; i putti hanno una flori-
dezza di colore che sorprende al primo vederli ; e,
quel che vai meglio, sono contornati con molta ve-
rità. L'amore della precisione ha condotto l'artista a
tal ricerca di linea che questa diventa duretta, non
spiacevole però, giacché s'accompagna ad una disin-
volta e fluida modellazione delle membra. Insomma,
l'artista che l'ha dipinta ha stile più maturo e più
libero di quello di Giulio; ma, come lui, tende alla
ricerca minuta della linea. Che la pittura deva essere
collocata nel tempo in cui visse Vitruccio, non c'è
dubbio; ma ognun vede quanto valga questa consi-
derazione !... Eppure quei putti nudi ed i loro atteg-
giamenti fanno proprio pensare ad un artista che
lungamente si è esercitato a dipingere stemmi, quali
in quel tempo si solevano fare; e l'immaginazione
agevolmente corre a sostituire un'arma a quel bal-
dacchino. C è poi nella stessa chiesa un affresco de-
peritissimo che rappresenta la Nascita della Tergine.
Il poco che ancor se ne vede basta a manifestare la
stessa mano che ha dipinto ì putti, e fa rimpiangere
la perdita del resto. Al di qua e al di là dell'altare
maggiore, 1' Arcangelo Gabriele e la Madonna in
atto di ascoltare il messaggio divino. In queste figure
l'artista cinquecentistico si riconosce a stento dai
contorni, benché in parte li oltraggiasse, pur avendo
intenzione di rispettarli, un pittoraccio moderno, che
ricoprì ignorantissimamente le figure, pochi anni or
sono, quando, come mi disse il parroco, fu data una
rinfrescata a quelle pitture. Simile indegno tratta-
mento fu inflitto a due santi sotto l'affresco dei putti.
Mi raccomandai al parroco a mani giunte che non
lasciasse più toccar da nessuno quel che ancor avanza
di antico, ed egli me ne fece promessa; ma non è
improbabile che il suo successore sia voglioso di ab-
bellire la chiesa rinfrescando le vecchie pitture. Oh !
che presto il Governo con saggi provvedimenti ci
tolga il dolore di assistere alla barbara cancellazione
dei documenti dell'arte nostra, di cui non è sola gloria
aver fiorito splendida nelle grandi città, ma ancor
l'avere gittate sì lontano germi di poderosa vitalità
e aver trovato sempre tale libertà di terreno, che fin
nei più remoti villaggi della bella patria qualche
nmabil fiore ne è sorto!

MARINO CEDRINO

La porta di Sant'Agostino in Amandola è com-
presa in quel genere d'architettura che con impro-
prietà, nata forse da dispregio, si chiama gotica, ma
che tutti seguitano a chiamar così, perchè anche una
parola nata male può diventar necessaria ad inten-
derci. Sebbene questa porta sia stata fatta nel 1468,
quando non solo l'evoluzione del gotico era giunta
al suo termine, ma siffatto stile era già ripudiato
nei maggiori centri italiani, essa, smentendo il suo
tempo, somiglia al gotico delle primitive manifesta-
zioni, quando la voce della tradizione romana non
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