Archivio storico dell'arte — 1.1888

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MISCELLANEA

chiesa e sulle successive sue riedificazioni, nulla
purtroppo ha potuto trovare intorno all'autore di
quella pittura. Fino al 1814, non sospettata da al-
cuno, rimase nascosta da un intonaco. Scoperta, fu
rinettata diligentemente e purtroppo ritocca, ma con
discrezione: le teste e le mani pare sieno state ri-
spettate e le vesti stesse ripassate con parsimonia
e, da quel che si può giudicare, senza alterazione
dell'andamento delle pieghe. Ma nessun ricordo c'è
che lungo il lato inferiore, come ad Aspelonga, vi
fosse un'iscrizione. Se c'era, nessuno pensò di te-
nerne conto, chè soltanto gli eruditi badano a queste
cose; nè oramai è più possibile accertarsene. I ritro-
vatori non discussero il valore artistico dell'opera:
quel che subito si destò e prevalse ad ogni altro
sentimento, fu la divozione per la nuova immagine,
di cui sembrava miracoloso il rinvenimento; e la di-
vozione volle proteggerla con cristalli sostenuti da
una gran cornice di legno incassata nel muro. Nel
fare questa cornice non si badò molto all'esatta di-
mensione della pittura, sicché una lista ne fu rosic-
chiata, appunto lungo il lato inferiore.

La pittura, come tutti dicono, rappresenta il Tran-
sito della Madonna. Intorno alla morente composta
in nobilissimo atteggiamento stanno gli apostoli, eia
scuno con una candela accesa in mano; San Pietro,
coperto di un manto rosso che pare un piviale, sfo-
glia accigliato le pagine di un libro che forse è il
rituale delle preghiere pei moribondi, e, dietro a lui,
un chierichetto con mossa vivace solleva il coperchio
del turibolo e storce la testa per guardarvi entro,
quasi volendosi accertare che il fuoco non è spento.
Tutto ciò è molto ingenuo certamente, ma forse parrà
più ingenuo ancora pensando che, con quelle candele
in mano agli apostoli, con quel piviale sulle spalle
di San Pietro e col turiferario, l'artista, dimentico
che la Madonna non avea bisogno delle altrui pre-
ghiere per salire in Cielo, abbia voluto rappresentare
Yesequie che gli apostoli fanno innanzi al cadavere
della Madonna. Questa ha gli occhi chiusi, e ciò
pare indizio che nell'intenzione del pittore sia una
morta piuttostochè una morente.

La semplicità dello stile traduce bene questa
quasi infantile semplicità del concepire. Non che il
pittore sia meno abile d'un buon trecentista; anzi,
a guardar bene, può parere anche un quattrocen-
tista del primo e del secondo decennio ; giacché, in-
fine, nelle teste di alcuni apostoli c'è un principio
di quel naturalismo che diede carattere a tutto il
secolo xv, e sopratutto è notevolissimo il chierico,
il quale dimostra come il pittore cerchi introdurre
nell'opera, non solo qualche elemento della vita con-
temporanea (chè ciò facevano anche i trecentisti),
ma qualcosa di studiato direttamente dal vero, con

intenzione di sorprendere lo spettatore e di attrarlo
colla fedeltà dell' imitazione. Ma la tecnica è rimasta
alla semplicità antica. Egli non adopera perle carni
che una sola intonazione, per le vesti non usa che
colori interi, e nella modellazione il suo metodo è
troppo spiccio. Quel che principalmente mi fa attri-
buire a Panfilio di Spoleto quest'affresco è la somi-
glianza grandissima che il viso della Madonna ha
colla Santa Lucia di Aspelonga, gli stessi scuri vio-
letti e lo stesso sistema di disegnare le parti del
viso con una semplice linea. Vedo oltracciò le stesse
mani colle dita avvicinate tra loro e gli orecchi nel-
l'uno e nell'altro affresco fatti allo stesso modo : am-
pio e rotondo il padiglione, piccolissimo il lobulo ed
il foro molto abbassato.

Tutta la cappella, del resto, è piena di pitture,
più o meno ben conservate; ce ne sono anche all'e-
sterno della chiesa, e sicuramente sono tutte della
stessa mano che ha dipinto raffresco principale. Ma
poiché di questo ho ragionato lungamente, stimo
superfluo parlare degli altri. Forse taluno potrà so-
spettare che in tutto quest'articolo io abbia quasi
voluto raccogliere dei cenci da appendere pomposa-
mente sulle sacre pareti del tempio dell'arte. Sarebbe
naturale che a me l'accusa sembrasse ingiusta, ap-
punto perchè, facendo soggetto di discorso quattro
nomi ignoti, ho creduto che mettesse conto parlarne.
Si tratta di artisti, non di operai meccanici; si tratta
di gente che ha avuto intelligenza, immaginazione e
cuore. Ebbene, sieno riconsegnati alla storia, che
esaminerà fino a che punto abbiano avuto queste
doti ; alla storia, che nel nostro tempo chiede che
tutto le si apporti, salvo quello da cui non traluce
alcuna favilla d'ingegno. Ordinando sempre l'im-
mane materiale, essa ne trarrà, quando il tempo
delle ricerche sia davvero compiuto, le sintesi sa-
pienti che noi non possiamo ancora formulare.

E dei ritardatari è giusto tener conto? Io credo
di sì, purché (il punto è sempre li) non sieno con-
tinuatori meccanici e freddi d'un periodo già finito.
Ma quando li anima la sopravvivenza di quel senti-
mento che nei centri maggiori languiva od era estinto,
quando, ignari del nuovo svolgimento, vivono solitari
senza potervi partecipare, questi romiti dell'arte, que-
sti sbandati fuor dell'orbita entro cui soltanto si sente
l'influenza del progresso, colla loro buona fede, colla
loro tranquilla inconsapevolezza del tempo a cui sono
giunti, a me sembrano molto interessanti. Che im-
porta se sono nati tardi? Essi vivono nelle medesime
condizioni morali in cui sono vissuti i loro avi; e
con questi, dimenticando il calendario, la storia deve
aggrupparli.

Giulio Cantalamessa
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