Archivio storico dell'arte — 1.1888

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CESARE MACCARI E LE SUE PITTURE NELLA SALA DEL SENATO

Ricercare perciò, nelle figure giovanili del Maccari, se qualcosa modificava lo stampo delle figure
dato dal maestro, se qualcosa si moveva contro i canoni e i precetti, ci sembra vano; poiché il
Maccari senti prontamente, appena uscito dalla scuola, la necessità di mettersi a l'accia a l'accia
innanzi alla natura, e di spiarla, spoglia d'ogni velame, moversi liberamente al sole. Più curioso
è il seguire il giovane pittore nella nuova via, che poteva essere un labirinto, e fu invece la strada
vera, diritta. Quasi per reazione alla monotonia pittorica della scuola e al disegno secondo i
precetti, egli resta dapprima abbacinato innanzi alle luminose fantastiche immagini di Tiepolo;
poi ammira le dorate tele del Veronese e le forti robuste creazioni di Tiziano e di Tintoretto. I
bei verdi del velluto di Bonifacio Veneziano, il chiarore delle bionde chiome del Palma Vecchio
lo ammaliano; ma ecco Cima, pio e raccolto; ecco Giambellino, mite e solenne; ecco Carpaccio,
persecutore della realtà, che per ultimo lo invitano e lo conquidono. Così, dalla volta dei Gesuati
di Tiepolo, istintivamente, pel tramite della Cena di Paolo, della Presentazione al tempio di Ti-
ziano, della Deposizione riatta croce del Tintoretto, a grado a grado, risalendo il corso del tempo
e dell'arte, giunse alla leggenda di Sani' Orsola del Carpaccio. La cronologia delle tele da Maccari
copiate nel '67 o nel '68 ad evidenza dimostra come di giorno in giorno si facesse in lui più vivo, più
retto il senso del vero; ma quasi la mano, abituata a correre sulle falsarighe, non sapesse scio-
gliersi dai lacci della prima educazione, quando il Maccari mise mano a comporre la Fabiola, che
fu premiata di medaglia d'oro all'Esposizione di Parma, cadde ancora nelle antiche forme, ancora
lasciava riconoscere, nonostante il forte tentativo di ribellione, lo scolaro di Mussini. Ma accanto
a quel quadro, il Maccari stesso espose una mezza figura di donna, intitolata il Liuto, di buon
impasto di colore: una figura in aperta ribellione a tutti i precetti.

Passò il Maccari dal '67 al '69 sempre studiando ; lasciava Venezia per svernare a Roma, e stu-
diava, studiava, con ardore, con coraggio. E nel '69 principiava un mirabile saggio de' suoi studii
con la pittura della R. cappella del Sudario.

Nel mezzo della volta della chiesa, dipinse la gloria dei cinque beati della casa Sabauda; e là
Tiepolo, là il pittore dei Gesuati domina sul pittore di quei Beati, arditamente scordanti in un tor-
rente di luce; di quegli angioli con lunghe ali stese; di quel naufragio di simboli, di liuti, di cem-
bali, di teste, di braccia, di ali in un'onda di nubi. Cosi nella Fede, che sta entro a un ottagono, il
fare di Tiepolo regna; ma già nella Carità il pittore mesce, all'entusiasmo tiepolesco, una nota mo-
derna, con quel putto piangente nelle braccia della madre pietosa. Ancora Tiepolo, nel lussureggiare
de' tappeti, nel forte contrasto della luce e dell'ombre, travedesi ne' fregi della cappella, ove stanno
raffigurate le allegorie della Giustizia e della Temperanza, della Fortezza e della Prudenza, cara-
mente raggruppate, e dove il festevole idilio infantile attenua la solennità delle allegoriche matrone.
Ma già la solidità, la misura, la sobrietà della natura del Maccari trionfa nei quadri, eseguiti sol-
tanto nel 1878, del presbiterio della cappella; l'uno rappresentante l'incontro di San Francesco
di Sales col venerabile Ancina, innanzi alla chiesa di Carmagnola; l'altro Sant'Anselmo che al con-
cilio di Bari, innanzi a Urbano II, discorre dell'Incarnazione dello Spirito Santo.

Dal '73 al '79 corse un periodo meno fortunato per l'artista. Il mercato artistico chiedeva
acquerelli e quadretti, sultane e masnadieri; ed egli diede figure orientali e donne piumate. Il mer-
cato artistico voleva contrasti di colori, di stoffe, di rasi, di velluti, di arazzi; ed egli diede tutto
ciò, ma seppe, pure adattandosi alla moda imperiosa, sacrificare all'arte. Animo gentile e mente
pacata, prescelse soggetti pietosi; e bello di poesia tranquilla è l'acquerello rappresentante Un fiore
sulla tomba di Raffaello, ove si vede una madre china verso il suo fanciullo, che, sorpreso come
da subito pensiero, si ferma, e co'grandi occhioni fissa una lapide sepolcrale del Pantheon; sem-
plice e graziosa è pure la rappresentazione di una vecchierella e di una giovane che le sta innanzi
pensosa, aspettando la buona ventura. Come pezzi pittorici di grande bravura potremmo citare altri
quadri; ma le Baccanti, le Odalische et similia, non erano soggetti per lui. La sua natura mite
lo trasportava verso le rappresentazioni che i suoi grandi maestri avevano svolto con tanta po-
tenza. E nella Pietà, quadro d'altare fatto per commissione della marchesa Cassibile di Messina,
egli si trovò nel suo elemento. Maria tiene il Cristo sul grembo, ma quasi che le sue ginocchia
non riescano a reggerne il peso, la testa di Cristo sta penzoloni, e giù con essa ricadono la lunga
chioma e le braccia esangui distose; e Maria con occhi aperti, ma senza forza nello sguardo, tocca
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