Archivio storico dell'arte — 2.1889

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WILHELM BOBE

debbano provenire da Andrea, dimostra quanto poco gli sieno noti i due artisti nelle loro parti-
colarità caratteristiche. Perciò ho accettato con gioia l'onorifico invilo fattomi dalla Direzione di
questo periodico, di lare, nella ricorrenza dell'esposizione di ceramica in Roma, un breve studio
intorno a Luca della Robbia.

Mi sembra opportuno, prima di occuparmi da vicino di Luca della Robbia, di tracciare ora
almeno una breve caratteristica de' vari artisti di questa famiglia. Per giungere a Luca, il miglior
metodo è quello di cominciare dagli ultimi membri di questa grande famiglia di artisti, cioè dai
figli di Andrea della Robbia.

Fra i molti figli di Andrea, ci sono noti cinque come scultori e successori del padre. Di
questi potremo subito toglierne due, Paolo e Marco, che ancor giovani entrarono nell'ordine dei
Domenicani come seguaci ispirati del Savonarola. L'unica opera certa di Paolo, il quale entrò
nell'ordine col nome di fra Ambrogio, una Adorazione del Bambino in S. Spirito a Siena (anno 1504)
sembra tràdirS la mano di un buon dilettante, non troppo esperto nell'arte dell'invetriare. Ad ogni
modo entrambi saranno stali scolari del padre e l'avranno aiutato nell'esecuzione, delle sue opere.
Lo sfesso si può ritenere di due figli più giovani dello stesso Andrea, Luca e Girolamo; ma nel-
l'aggiudicare le opere ai della Robbia, non se ne deve nemmeno tener conto; giacche, anche pre-
scindendo dalla testimonianza del Vasari, che Luca si occupasse principalmente d'arte industriale
(egli eseguì per Leone X i pavimenti delle Loggie secondo i disegni di Raffaello), è certo che i due
fratelli spiegarono la loro attività specialmente all'estero, dove lavoravano segnatamente per
Francesco I.

Laonde per la maggior parte degli ultimi lavori dei della Robbia in Italia, si può già per
motivi esterni vederne l'autore nel quinto e più vecchio figlio di Andrea, Giovanni della Robbia.
Ciò è confermato dai pochi lavori da lui firmati o accertati come suoi, fra l'anno 1497 ed il 1522;
e questi sono: un altare con VAdorazione del Bambino ed una grande lunetta con una Pietà nel
Bargello; i busti di santi nel cortile dell'accademia, l'Assunzione di Maria e un S. Silvestro a
fisa; Vallare di S. Medardo in Arcevia, e il bellissimo lavoro giovanile, il fonte battesimale netta
sacristia di S. Maria Novena (1497). Questi lavori sono così caratteristici e presentano tali analogie,
che possiamo determinare le particolarità dell'artista e attribuirgli con sicurezza molte altre
opere non accertate come sue. Le sculture, ad eccezione di alcune poche partì lasciate affatto
bianche, sono completamente colorite, i colori per la maggior parte foschi e poco armonici, la
invetriatura ineguale e spesso mal riuscita, le carni in molti lavori non invetriate, ma bensì colorite.
Di solito le cornici sono formate da corone di frutti pesanti e poco naturali ; talora presentano
un disegno architettonico carico di numerosi ornamenti, con dettagli debolmente espressi. Il rilievo
è un forte alto-rilievo, però senza effetto pittorico. Le figure hanno una certa rigidezza, le teste
una regolarità priva di espressione, le vesti, l'affo di stoffe grevi, hanno pieghe grandi ma violen-
temente mosse. Nell'esecuzione manca quel delicato sentimento della natura che é generalmente
comune nel Quattrocento. In luogo dell'individualità e del naturalismo, troviamo una tendenza a
generalizzare le forme, a creare dei tipi, a moderare i sentimenti, la quale però ha spesso per
effetto la goffaggine e la rigidezza; proprietà tutte, che Giovanni ha comuni con altri scultori con-
temporanei dell'ultimo periodo del Rinascimento, come Andrea Sansovino, Tasso, ed altri.

Eguali proprietà caratteristiche mostrano, oltre gli altari sopra nominati, altre opere, come
(per nominare fra le molte soltanto alcune delle più importanti e conosciute) il fregio del Ceppo
a Pistoia, parecchi grandi altari nel Bargello, in S. Croce, nella via Tedesca, le lunette sulle porte
di Ognissanti e di S. Jacopo a Ripoli, i gruppi in terra cotta non invetriata rappresentanti la Pietà
in S. Salvatore e S. Felice, come pure nei musei di Berlino e di Londra, molti altari in paeselli
della Toscana, 1 specialmente negli Appennini al nord di Firenze, e via discorrendo.

Come anno della morte di Giovanni della Robbia si ritiene il 1529; e realmente non si possono
trovare tracce della sua attività, come in generale dell'arte plastica dei della Robbia, posterior-
mente a quest'epoca; tutti i lavori leste nominati e parecchi altri simili, datano dal 1505 al 1525.

1 Anche l'altare in S. Lucchese presso Poggibonsi,
specialmente dopo il confronto con quello di S, Medardo

in Arcevia, ritengo sia un lavoro eseguito nello stosso
tempo da Giovanni della Robbia,
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