Archivio storico dell'arte — 2.1889

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GUSTAVO FRIZZONI

quattrocentistico. 1 Senza fermarci in fatti sulla sua tavoletta della Crocifissione nella galleria pub-
blica di Bergamo, che deve appartenere al novero delle sue cose primitive, mi basterebbe rammentare
le sue distinte ancone, fatte per Santa Maria di Castello a Savona, e per Santa Maria delle Grazie
in Bergamo, e in particola!" modo gli affreschi che insieme a quest'ultima ancona sono conservati
ora nella pinacoteca di Brera, opere nelle quali ben si scorge l'unghia del leone, là dove nella
lunetta suindicata, che si vorrebbe della fine della sua vita, cioè dell'anno 1491, non apparisce che
un timido tentativo di un oscuro compaesano.

Lo stesso a un dipresso è a dirsi delle altre deboli cose che passano sotto il nome del Foppa
nello stesso ambiente. Intorno a quanto spetla al suo omonimo Foppa il giovane, m'astengo dal
pronunciarmi, non avendolo sufficientemente in pratica. È ad ogni modo autore subordinato.

Quando poi da codesto vestibolo si passa nella grande sala attigua, uno spazioso ambiente,
che in proporzione appropriata alle dimensioni della sua larghezza e lunghezza occupa due piani
del palazzo colla sua altezza, le impressioni del visitatore non possono se non sentirsi profonda-
mente mutate, ossia mosse da un senso d'inaspettata maraviglia, trovandosi egli trasportato ad un
tratto in mezzo agli elementi più splendidi dell'arte bresciana, quali sono quelli cbe vengono offerti
senz'altro dai dipinti dei due grandi emuli, Girolamo Romanino ed Alessandro Bonvicino, detto il
Moretto. E in vero, allorché io vi posi il piede la prima volta l'autunno scorso (la pinacoteca era
stata aperta da pochi mesi), ne rimasi, starei per dire, abbagliato, vedendomi circondato da gran-
diosi monumenti dell'arte pittorica, che voglionsi noverare fra i capolavori dei pittori nominati.
Al lato sinistro della sala mi colpirono massimamente le due imponenti pale, l'una del Moretto,
l'altra del Romanino, che io aveva veduto tempo addietro ricoverate nella spaziosa sagrestia di
Santa Maria delle Grazie. Il municipio, facendole trasportare nel palazzo Martinengo, ha procurato
un accrescimento notevole alla sua pinacoteca, e al salone in ispecie un'impronta di magnificenza
artistica straordinaria.

Sulla stessa parete poi, e su quella di faccia con opportuno divisamente furono riunite tutte
le altre tele dei due maestri sullodati, già disperse in diversi ambienti di casa Tosio, sicché si può
ben dire che oramai in nessun luogo meglio che costi si può stabilire un confronto fra le qualità
artistiche dell'uno e dell'altro.

Maggiore di età é il Romanino, il (piale, come c'indica il Fenaroli nel suo Dizionario degli
artisti bresciani, in base alle rivelazioni degli archivi dev'essere nato in Brescia verso il 1485.
Gli scrittori antichi gli vorrebbero assegnare a maestro un certo Stefano Rizzi, pittore oscuro e
difficile a qualificarsi. Checché si voglia pensare, io credo che s'appone al vero il senatore Morelli,
ravvisando nelle opere di un altro mediocre pittore un autore che deve avere esercitato una decisa
influenza sul Romanino.2 E questi il cremasco Vincenzo Civerchio, che lavorò in Brescia fra gli
anni 1498 e 1504 non solo, ma probabilmente anche più tardi, da che un quadro di una Pietà, che
si ha ogni ragione di ritenere suo, sull'altare della cappella del Sacramento in San Giovanni Evan-
gelista in Brescia (come che dagli scrittori locali venga attribuito a Giovanni Bellini, ma certo
senza buon fondamento) fu eseguito nel 1509. 3 La pinacoteca Martinengo stessa porge un esem-
plare di lui noi dipinti) in tavola a quattro riparti, proveniente dalla chiesa di San Barnaba, che
merita di essere osservato pel suo carattere prettamente lombardo rammentante il Foppa e i leo-
nardeschi insieme. Lo troviamo esposto nella terza sala, ossia sala C, n. 9. Vi si affacciano tre
figure di Santi, e in alto Nostro Signore con alcuni angeli. E quadro non di grande levatura, del

1 Detto dipinto trovasi infatti registrato fra le opere
del Foppa, dapprima nella relaziono della Commissione
provinciale per la conservazione dei monumenti della
provincia di Brescia, pubblicata nel 1875, 1° febbraio
(p. 19), poi nel Dizionario degli artisti bresciani del
Fenaroù, stampato in Brescia nel 1877 (p. 134); infine
nel Catalogo dell' Esposizione della pittura bresciana a
cura dell' Ateneo di Brescia, MDCCCLXXV1II.

2 1. Lermolieff, op. cit. p. 414.

3 Vedi fenaroli, Dizionario degli artisti bresciani,
p. 164. Alla giusta opinione espressa dal Lermolieff
rispetto a questo quadro (p. 414, n. 3) prelude, benché
senza il desiderabile convincimento, la menzione che ne
fa I'Odorici nella sua Guida di Brescia stampata nel-
l'anno 1853, dove lo dice « quadro insigne di Giovanni
Bellini, maestro di Tiziano »; soggiungendo: « non
tacerò per altro come da alcuni lo si vorrebbe di Vin-
cenzo Civerchio ».
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