Archivio storico dell'arte — 2.1889

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LA PINACOTECA COMUNALE MVRTINENGO IN BRESCIA

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terei a confermare quanto già ebbi ad asserire nella mia monografia intorno al Moretto, 1 vale a dire
non osservi nessuna delle grandi gallerie d'Europa, che le potrebbe contrapporre qualche cosa
dello stesso autore da superarla per valore artistico.

E invero dove trovare tanta venustà dignitosa, quale è quella che apparisce dai volti e dagli
atteggiamenti delle due Sante martiri Eufemia e Giustina, alle quali si associano dai due lati
due figure altamente pittoresche di vescovi, in pompa pontificale sfarzosa? 2 I loro visi compunti
sono rivolti alla regione superiore, dove siede sulle nubi fra molteplici molivi di panni lucenti la
Vergine col Bambino e col San Giovannino. Un fantastico tratto di paesaggio nel mezzo, con vie
serpeggianti, con roccie e con castella, è intercalato fra le figure delle Sante e contribuisce a
infondere un senso di poesia indescrivibile a tutto il quadro, la cui composizione di figure è imagi-
nata raccolta sotto un vestibolo o portico, che tutto degnamente inquadra. Quanto al colorito, che
costituisce la precipua attrattiva esteriore del quadro, esso è di una magnificenza armonica, di un
calore così intenso, che accenna, se non all'età giovanile dell'artista, certamente alla pienezza del
suo potere, all'apogèo della sua carriera.

La piccola riproduzione pertanto nella unita tavola non può darci che una vaga idea della
bellezza dell'originale. 3

Al municipio di Brescia va data lode di avere assicurato per sempre alla patria un altro
lavoro del Moretto, di genere diverso, ma che viene pure considerato per uno de'suoi capolavori.
È quello della Cena in Emaus, fatto in origine pel refettorio (Tesiate dell'abbazia già rammentala
dei frati carmelitani di Rodengo, a pochi chilometri dalla città. Soppressa la medesima a tempo
di Napoleone I, questi faceva dono del quadro al civico ospedale di Brescia, il quale per parecchi
anni lo tenne esposto nella galleria Tosio, finché il municipio avendone fatto l'acquisto potè col-
locarlo definitivamente nella nuova pinacoteca. Il Cavalcaseli nella sua Storia della pittura ne
reca un sensato giudizio, ravvisandovi una manifestazione che si accosta degnamente alle più alte
creazioni della scuola veneta, pur conservando pienamente l'impronta individuale dell'autore. « Vi
domina, egli prosegue, una cupa e calda intonazione e nel sostanziale dell'azione una efficacia
notevole, mediante dei tipi, che s'impongono più per la serietà del pensiero, che per la purezza
delle forme. Un sentimento realistico spiccato prevale nella spontanea natura dei movimenti e
dell'espressione, proprii della vigorosa e semplice naturalezza delle classi medie o povere. Il Cristo,
seduto a tavola con un grigio cappello dalle falde ombreggianti la fronte, sia rompendo il pane,
mentre un apostolo a destra, curvandosi alquanto avanti dal suo sedile ed appoggiando la guancia
alla mano e il gomito sul tavolo, spia con attenzione ogni lineamento sul vello del Redentore,
desideroso d'imprimerselo nella niente. Il secondo apostolo siede; parimenti in attesa del risultato di
simile esame. A sinistra discende per alcuni gradini l'oste, probabilmente il ritratto del committente
(una figura di un incanto poetico quasi giorgionesco), e a destra una ancella in tàntastica accon-
ciatura in atto di portar un vassoio ». 4

Dove il Cavalcasene invece panni guidato da una impressione soggettiva assolutamente fal-
lace, si è nel riscontro di certe influenze palmesche, ch'egli ammette fino dal principio del suo
ragionamento intorno al nostro artista e ch'egli unisce alla considerazione della sua dipendenza
dai concittadini Ferramola e Romanino. Ora, come io credo che quest'ultima sia sussistente e ma-
nifesta, cosi sono persuaso che il nesso col Palma, o coi Pai mescli), non si saprebbe né storica-
mente né criticamente comprovare.

Palla chiesa di San Giuseppe, di ragione municipale, provieni; poi la pala, nella quale vedesi
un San Francesco ispirato, ritto dal lato destro, lo sguardo rivolle al cielo, dove apparisce la Ver-
gine in gloria col Bambino, mentre l'arcangelo, in ardila movenza, dal Iato opposto prende sotto
la sua prolezione un devolo orante, un barbuto gentiluomo, vestito di signorile pelliccia e qualifi-

1 Vedi Alessandro Bonvicino detto il Moretto, pit-
tore bresciano, e le fonti storiche a lui riferentesi noi
Giornale di erudizione artistica, a. 1876.

2 II Cavalcasellc li chiama Benedetto e Paterio.

3 E ricavata da una fotografìa eseguita sull'origi-

nale dal fotografo Cristoforo Capitanio, abitante in Bre-
scia, ch'ò intento ad illustrare similmente gli altri in-
signi monumenti della pinacoteca.

4 Vedi Crowe and Cavalcaseli^, Mistory ofpain*
ting in North Italy, II, p. 405-
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