Archivio storico dell'arte — 2.1889

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GUSTAVO FRIZZONI

stesso (sala lì, n. 8) e in un Apollo con amorino (sala C, n. 4), entrambi dipinti li-asportati dal
muro sulla tela.

Artista più profondo è il Savoldo, scambiato anch'esso più volte con altri insigni veneti in
altri luoghi, e di cui si ha ria osservare costi un interessante Presepio, proveniente dalla chiesa
di San Barnaba, colorito con quel suo peculiare tono cupo e come affumicato.1

Se il nome di Giulio Campi sia rettamente applicalo a una serie di sette dipiidi di soggetti di
storia romana che servono di riempitivo alla sala maggiore, è cosa che panni meriti conferma,
poi che hanno l'apparenza di lavori più dozzinali e d'epoca posteriore.

Quando si prendono per punto di partenza le sue due tavole notevoli nella pinacoteca di Brera
e il fantastico quadro allegorico nel museo Poldi Pezzoli, come pure i suoi caldi affreschi in Santa
Agata a Cremona,, opere nelle quali, senza parlar di altre, egli si rivela come uno dei migliori
seguaci del Romanino, si vedrà che se ne scostano troppo quegli aggiudicatigli nella pinacoteca
Martinengo.

A compimento di quanto concerne il contenuto della grande sala ci si presenta una lavola,
certamente di origine più antica, quella, cioè a dire, nella quale è rappresentato il guerriero San
Giorgio, trionfatore del mostruoso drago. Non ne dirò altro, se non che è lavoro d'ignoto quat-
trocentista, e che l'opinione, emessa dubitativamente dal catalogo, che possa essere additato quale
opera di Giovanni Donalo Moni orfano, non mi pare avvalorata dall'aspetto del dipinto stesso,
alquanto insignificante, ove. si paragoni colle pitture accertale di lui, (die si vedono principalmente
a Milano, dove fra altro si conserva la sua vasta scena della Crocifissione, firmala e datala dal 1495,
la quale fa riscontro, come si sa (ben meschino, a dir vero, ma relativamente bene conservato),
alla insigne ombra di (niello ch'era già il Cenacolo di Lionardo da Vinci.

Se è larga la messe artistica nel mirabile salone, giova riconoscere ch'essa va scemando man
ìnano nei rimanenti tre locali, poiché di necessità vi si è fatto d'ogni erba fascio. Nella sala C,
olire alle citate creazioni del Civerchio, del Gambara e del Savoldo, merita attenzione una pia-
cevole tempera di Calisto Piazza di Lodi, che non va dimenticato nel nòvero degli scolari di Ge-
rolamo Roma nino, anzi più di ogni altro merita tale qualifica. Il Presepio di Nostro Signore con
due Santi in adorazione che vi vediamo rappresentato, è una pura e sentita emanazione delle sue
facoltà artistiche nell'età più giovanile, ed è controsegnafo del nome dell'autore e dell'anno 1524.
Numerose sono le sue opere nella città natale (senza che vi mostrino un nesso sensibile «dia pit-
tura di carattere prettamente lombardo-milanese del padre e della zio suo, Albertino e Martino
Piazza), poi nella città e nella provincia di Brescia e a Milano, dove la pinacoteca di Brera porge
un esempio caratteristico del vigore della sua tavolozza in un quadro da altari1, non meno che
nel nobile ritratto del gentiluomo lodigiani) messer Lodovico Vistarmi, degno di figurare a caule
ai migliori rifratti di scuola veneta. Ingegnosissimo e vago decoratore, come basterebbero a dimo-
strarlo le sue prestazioni nell'interno dei classici ambienti delle chiese dell'Incoronala a Lodi
e di San Maurizio a Milano, in nessun luogo egli manifesla tanta spontanea ingenuità di espres-
sione, quanta è quella che ravvisiamo nella tempera della pinacoteca bresciana, alla quale per questo
rispetto è serbato un pregio tutto suo. Pregio codesto torse non compensalo altrove dalla straor-
dinaria vivacità del colorito, dappoiché troppo spesso lo vediamo accompagnato ad un fare conven-
zionale, ad una deficienza sensibile di vita spirituale.

Chiusa cosi la serie dei monumenti i quali più o meno si rannodano all'arte pittorica di Brescia,
poco d'importante rimane da rilevare. Dalla cerchia indicata mi sia lecilo escludere senz'altro
un infelice Cristo die porta In croce, dal calalogo attribuito al primo maestro del Moretto, il Fer-
ramela (sala C, n. 1), che quanle volle lo vidi mi ha sempre fatto l'effetto di un'opera del mediocre
forlivese Marco Palmezzano, il pittore diligente ed accurato, ma dalle teste di legno.

1 Nella Città Eterna, alias metropoli del nuovo re-
gno d'Italia, dove tante cose procedono all'antica, anche
fuori del Vaticano, vedosi esposto sotto il nome di
Giorgione nella galloria del Campidoglio un bel ritratto
di donna, qualificata per una Santa Margherita, dal
drago che tiene incatenato; in galleria Borghese sotto

quello di Moroni un ritratto di giovino (sala X n. 9)
come ben osservò il sonatore Morelli, entrambe opere evi-
denti di Savoldo.

Nelhi pinacoteca di Torino, due suoi quadri anda-
vano, pochi a ini or sono, uno sotto il nome di Porde-
none, l'altro sotto quello di Tiziano, e così via.
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