Archivio storico dell'arte — 2.1889

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ADOLFO VENTURI

Gigantomachia trovati a Pergamo, osservandone l'affinità delle forme col Toro Farnese, lo ritengono
ragionevolmente del 2° secolo, del fióre dell'arte rodiana; ed esaminando la espressione patetica
della rappresentanza, ne conchiudono ch'essa appartenga al periodo che segue immediatamente quello
di Scopa e Prassitele. 1 Da Rodi, quel gruppo del tempo dei Diadochi, opera di Agesandro, Atenodoro
e Polidoro rpdiesi, fu portato senza la sua base a Roma dai conquistatori della Grecia, insieme
con altre opere o copie delle opere di Atenodoro, di cui a Capri, ad Anzio e ad Ostia si sono
Irovaio le iscrizioni. 2 Tito imperatore lo lece collocare nelle sue turine: e Ih considerata, al dire
di Plinio, la più perfetta opera della antichità.

Il gruppo del Laocoonle, scrive il Winckelmann, « è una natura nel più alto dolore, fatta ad
immagine d'uomo che cerca raccogliere contr'esso tutta la conosciuta forza del suo spirito; e mentre
la passione gli rigonfia i muscoli e contrae i nervi, appare l'armato spirito di sulla fronte, e il

petto si solleva pel represso alito e pel contenuto sfogo del sentimento..... L'angosciato singhiozzo

ch'egli ritira in sé, esaurisce il ventre, e rende cavi i fianchi. Se non che il suo patire pare che

10 tocchi meno della pena de' suoi figliuoli, che volgono la loro faccia al padre: il paterno cuore

dimostrasi ne' pietosi occhi, su cui erra quasi torbido vapore..... La bocca è piena di mestizia,

inchinasi il labbro inferiore, si contrae all' insù il labbro superiore, le narici dilatate in alto si
appuntano; e sotto la fronte è rappresentata con alla sapienza la lotta tra il dolore del corpo e
la resistenza dello spirito. » :ì

Il mirabile gruppo, quando tutta Roma andò a rovina, rimase per secoli, chiuso in una stanza,
nelle tenebro. Solo i versi di Virgilio, del poeta più popolare dell'antichità, ricordavano la mise-
randa line del sacerdote troiano. Nessuna rappresentazione plastica consimile o riproduzione del
gruppo rimase noia al mondo, rimase alla elaborazione invernale del medio evo; e quantunque
delibasi ritenere che ne esistesse in antico, nessuna scampò per intero dalle rovine del lempo e
degli uomini, fuor di quella delle Terme di Tito. 4

Là, nell'anno 1500, fra i ruderi, presso al serbatoio di acque delle Sette Sale, Felice de Fredis,
scavando nella sua vigna, ritrovò in una camera, con pavimento ad incrostazioni, il gruppo del
Laocoonte. Parve che da quel marmo parie lo spirilo dell'antichità si sprigionasse, e riprendesse

11 suo dominio nel mondo.

Il gruppo, che illustrava i versi di Virgilio, risaputi dai più, e che fu ricordato da Plinio quale
opera che sovrastava a quante mai la pittura e la scultura avessero creato, ritornava alla luce.
Tutta Roma, dì e notte, concorreva alle Terme: andaronvi i Cardinali, lutto il popolo accorse.
Pare il giubileo, scrivevasi a Sabadino de li Arienti. 5 E la novella della grande risurrezione correva
l'Italia: Sabadino de li Arienti, appena l'ebbe, la comunicò alla gentil Marchesana Isabella d'Este;
Giovanni dei Cavalcanti ne dava replicate notizie a Luigi Guicciardini, amico suo, a Firenze; Fi-
lippo Casaveteri a Pietro Vettori;" Cesare Trivulzio a Pomponio Trivulzio a Milano. 7 Tutti cita-
vano Plinio, libro xxxvi, capitolo 5°; tutti ne riproducevano le testuali parole; e parlavano della
brama di ogni potente per l'acquisto del marmoreo gruppo. Il cardinale di S. Pietro in Vincoli
offriva per esso mille ducali, il cardinal di S. Giorgio vi teneva gli occhi sopra; ma il Papa non
volle che lo scopritore trattasse con alcuno, e si prese la statua, concedendo al l'elice scopritore
e al (iglio suo il reddito della gabella di San Giovanni Laterano o in quella vece 000 ducati d'oro.
Appena Giulio II seppe della scoperta della scultura ordinò a un palafreniere: « va, e di a Giuliano

1 I. Overbeck, Gesèhichte der griechischen Plastih.
II Band. Leipzig, 1882.

2 Marini, Iscrizioni antiche delle ville e de' palazzi
albani. Roma, 1785, p. 172. - Notizie degli scavi, 1880,
p. 478.

3 Winckelmann, Opere. IX. Prato, 1772.
1 I. Overhkck, voi. cit., p. 349, n. 62.

5 Giornale storico della letteratura italiana, anno VI,
v. XI, fase. 1-2. Torino, Looseher, 1888. Recensione
di Rodolfo Ronier sulla pubblicazione di C. Ricci e

A. Bacchi della Lega: « tìgnevera de le Giare donne » di
■loanno Sabadino de li Arienti, pag. 209.

G Muntz, Antiquitós de la ville de Rome au XIV,e
XV* e XVIe siècles. Paris, Leroux, 1886.

7 Bottari, Raccolta di lettere sulla pittura, scultura
ed architettura. T. III. Roma, MDCCLIX, p. 321. -

V. anche il passo di Tizio nelle Lettere sanesi di G. Della
Valle. Roma, MDCCLXXXVI, L. Ili, p, 9; o Raffaele
Maffei de Volterra, Rerum urbanarum commentarti,

VI, p. 162 (MDLI1).
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