Archivio storico dell'arte — 2.1889

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IL GRUPPO DEL LAOCOONTE E RAFFAELLO

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ciò dal defunto meritata. Nel 1523, gli Oratori della Serenissima Repubblica, lasciano la consueta
rigidezza di uomini di Stato, il positivismo di uomini d'affari per descrivere Laocoonte, commo-
vendosi innanzi a quel gruppo pietoso, esaltandosi innanzi a quell'opera sì da dichiarare « impos-
sibile cbe arte umana arrivi a fare tanta opera e così naturale. »

Il Laocoonte coll'Apollo, col Torso, con l'Arianna rappresentava la piena risurrezione del-
l'antico, l'alleanza del secolo di Leone con l'antichità classica. Raffaello, venuto a Roma nel 1508,
dovette essere trasportato innanzi a quel gruppo fra gli adoratori. L'Urbinate, che portava con
sè la timida divota arte dell'Umbria, il sorriso onesto e gentile dell'arte fiorentina, dovette sentire
innanzi a quel gruppo il dominio della grandiosità, della forza dell'arte ellenica. Le istorie non
dicono l'impressiono provata dal genio de' nuovi tempi innanzi all'opera; gli studiosi tacciono
della 'corrispondenza che subito corse tra Raffaello e il simulacro antico: la critica odierna, che
tutta procede per via di analisi, perde talora di vista certe grandi linee; e la storia così composta
di minuzzoli e di brandelli, dimentica certi grandi fatti a cui tutti gli altri sojnbrano subordinarsi,
onde quasi nulla è detto dell'influsso esercitato dalla più clamorosa scoperta che in Roma si
làcesse nel secolo decimosesto, sullo spirilo del Rinascimento.

Ritrovatosi il Laocoonte quando l'arte giunta al suo maggiore sviluppo, signora della l'orma, ricor-
cava nuove vie, il gruppo rodiese esercitò un influsso potente, affrettò la Decadenza. La grandiosità
della l'orma muscolare, la complessa ingegnosità della composizione, la violenza della espressione,
furono di esempio alla nuova generazione artistica, a cui quella forma divenne tipica, benché saggio
d'arie venuta a maturità altrove e da altra civiltà ispirata. Fra l'arte ellenica della Decadenza e
l'italiana del cinquecento eranvi nessi storici l'alali. In quella, come in questa, la ricerca dell'effetto
pittorico e la ingegnosità, valevano più dello studio dell'intimità del carattere, della semplicità ingenua
dell'espressione. Raffaello, educato nel quattrocento, ma pronto a trar prò d'ogni insegnamento, seppe
tuttavia guardare al Laocoonte senza lasciare la indipendenza dell'arte sua, senza sacrificare il
suo genio. Dietro a Eliodoro caduto, nelle stanze gloriose di Raffaello nel Valicano, nel guerriero
cbe fugge spaventato innanzi all'angiolo che sul bianco cavallo s'avanza terribile in armi, vedesi
una reminiscenza del Laocoonte, e nelle sopracciglia spezzate e nella linde ossatura della testa.
Sembra che, arrestato dallo spavento, egli si dibalta fra i tormenti come Laocoonte; ma egli non
geme come quesli nel classico gruppo, bensì grida a squarciagola, leva un altissimo urlo: la tran-
quillità dell'antico non conquide l'arte di Raffaello ricercatrice del carattere, della verità, della
vivezza del sentimento. In un'altra stanza Raffaello mostrò che a lui era dato di comprendere ad
un tempo tutta la elevatezza della figura di Laocoonte, poiché ne riprodusse la nobile testa nella
figura di Omero: il gemito del sacerdote troiano si muta nell'espressione dell'entusiasmo, del sacro
furore che invade il cantore divino. Così Raffaello nel prendere a prestito dal Laocoonte e dall'antico
la robusta tempra pei personaggi, che. presenta nelle sue magne composizioni, non cessa mai di
signoreggiare, il movimento delle sue ligure. E solo più lardi, dopo Raffaello, la imitazione dell'antico
inaridì la vita rigogliosa della pittura italiana, ne soppresse la vivacità naturale e la varietà
caratteristica.

I migliori modelli dell'antichità appartenevano in gran parte all'epoca alessandrina. Come i
francesi della rivoluzione giunti in Italia, guidali dal moderno Brenno, lasciarono in disparte molle
opere del puro quattrocento, e trasportarono a Parigi specialmente quadri del fiorente cinquecento
e della decadenza caraccesca; così i Romani, conquistatori della Grecia, preferirono alle opere
•serene di Fidia, ai fregi del Partenone, la (ine sensualità di Pressitele, e le libere patetiche figure
della decadenza ellenica.

Nell'imitazione raffaellesca-, il classicismo non penetra per tutto, si ferma alla superficie: sembra
che il genio lo rianimi, vi dia nuovi e sciolti movimenti, ne continui la evoluzione ; esso rispecchia
l'aulico, ma nel rispecchiare, trasforma; riceve lo spirito classico e vi mesce l'entusiasmo cristiano;
rilielle la luce, della civiltà antica e quella ad un tempo del Rinascimento itàlico." Raffaello, donno
dell'arte dell'età sua, rappresenta l'assimilazione dell'antichità, senza l'eclettismo; lo studio con la
libera scelta ; la interpretazione soggettiva, non la imitazione obbiettiva. Egli conquista, e sa regnare.
Pel tramilo delle sculture alessandrine e posteriori, egli giunge con una fine selezione, con un
intuito singolare, a intravvedere la semplicità, la grandezza dell'arte di tempi migliori; pel tramite
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