Archivio storico dell'arte — 2.1889

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GIULIO GAROTTI

degli altri ; fu mantenuto che i tetti dovessero scendere in tre pioventi e non in due soli ; fu
determinato come si doveva sviluppare l'altezza del tiburio; fu determinata definitivamente quella
dei piloni, della volta della maggior navata; ed altre conclusioni venrier adottate per le porle
delle crociere, pei contrafforti esterni e via via; e fu pur deciso che non occorreva affatto per la
saldezza dell'edifìcio che le cappelle avessero a separarsi con muro divisorio, per il che il duomo
risultò di cinque navate con uno sviluppo nella larghezza della fronte che costituisce la maggior
difficoltà per la creazione di una facciata che abbia a riuscir armoniosa nelle linee.

Se Enrico di Gmund avesse vinto, l'arte gotica si sarebbe impadronita del duomo, creando
poi un complesso ibrido, quale è sempre il risultato dell'innesto di uno stile su un altro nello
stesso edifìcio.

Enrico di G-mund venne mandato pei fatti suoi colla [latente d'aver servito male e recato gran
danno e detrimento alla fabbrica pei suoi malegestis.

Due anni dopo, nel 1394, Ulrico da Pùssingen offriva i suoi servigi e nello stesso anno e nel suc-
cessivo presentava in iscritto e faceva discutere le sue osservazioni sulle opere e sulle misure della
chiesa e non potendo farle accettare si ritirava senz'aspettare il licenziamento.

Gli attriti, le discrepanze e lotte maggiori tra gli architetti stranieri e quelli locali si scatenarono
dall'estate del 1399 a quello del 1401 e fortunatamente questo fu l'ultimo scroscio della tempesta.

Nell'aprile del 1399 veniva proposto e tosto accettato Giovanni Mignot, il quale capitava nell'a-
gosto con Giacomo Cova di Parigi e Giovanni Gampaniosus normanno.

Sinora da nessuno dei tanti studiosi della storia e delle vicende del duomo di Milano, è stata tentata
un'indagine sulla importanza nel paese loro e sulle opere ivi compiute dai molti architetti ed artisti
stranieri che ebbero ingerenza nella costruzione del duomo.

Per Giovanni Mignot, la ricerca non mancherebbe di interesse. In patria sua deve esser stato
tenuto in un certo conto e deve aver fatte opere notevoli, giacche dalle discussioni conservate negli
annali, egli appare versatissimo nell'arte sua, nell'architettura del proprio paese, e si presenta poi
quale un uomo di singolare tenacia e magari prepotenza. Cognizioni e qualità ed indole che qui in
Milano ed a proposito del duomo non giovarono nò a lui nò al duomo.

Egli non tardò difatti a dissentire e dalle forme di stile e dalle misure, proporzioni e pratiche
costruttive del grande tempio. Non trovando attenzione presso gli architetti ed i deputati si rivolse
al duca e gli dichiarò che la fabbrica correva pericolo di rovina. Il duca or si interessava all'anda-
mento della costruzione, or dava consigli, talvolta imponeva la sua volontà, tale altra si stancava e
mandava in santa pace il duomo, i deputali e gli architetti.

La discussione dei deputati ed architetti ed operai sui cinquantaquattro capi d'accusa del Mignot
si svolse procellosa e dopo la discussione di ventiquattro di quelle censure, i deputati perdettero la
pazienza ed opposero che le altre censure non avevano importanza relativamente all'organismo ed
alla solidità della chiesa, « che se si dovesse replicare a queste e ad altre, non si avrebbe più (ine e si
ritarderebbe l'opera della chiesa con grande obbrobrio e scandalo. »

Quindici giorni dopo però nuova discussione sui contrafforti e sulle quattro torri del tiburio e
nuova burrasca. L'intervento di tre architetti francesi, Limonoto Nigro, Giovanni Sommerto e Mer-
mete di Savoia, che erano di passaggio in Lombardia, non fa che provocar nuove accuse.

Il duca manda a Milano Bernardo da Venezia e Bartolomeo da Novara suoi architetti e li inca-
rica di esaminare e stendere il loro parere sulla solidità della costruzione ed essi il giorno 8 maggio
del 1400 presentano una relazione in cui osservano, ò vero, che li contraforti non hanno tutta quella
grandezza die sareve de bisogno ma conchiudono che la chiesa non se po biasimare, anche se de
lodare per un bellentissimo edifitio e grande, e per eterna fortificazione e consigliano:

1. ° che le due navate estreme sian murate e ridotte a cappelle ;

2. ° che si faccia una cappella nella culaza de la giesia verso el campo santo per la quale si
conseguirebbe maggior solidità e anche lo spazio per l'arca funeraria (per le ceneri del padre di Gian
Galeazzo.)

Nel maggio del 1401 le parti si invertono, sono i deputati e gli ingegneri della fabbrica che discu-
tono io opere indicate dal Mignot, il Consiglio generale diventa tribunale, e son pur messe in discus-
sione le opere architettoniche da esso Mignot fatte eseguire. Trattasi specialmente del lavoro intorno
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