Archivio storico dell'arte — 2.1889

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DOMENICO GNOLI

toglieva quella brutta forma d'imbuto che avrebbe colla sola demolizione delle isole; e, quel che
più importa, coll'aprire l'imboccatura dello stradone egli metteva in vista il prospetto di san Pietro
dal ponte sant'Angelo e dall'opposta riva del Tevere. Inoltre, coi portici ch'egli suggeriva di co-
struire ai due lati, egli provvedeva a dare al gran monumento un accesso monumentale. La spesa
enorme che occorrerebbe e la demolizione necessaria del palazzo Torlonia, rendono questo pro-
getto inattuabile: ma non c'è dubbio che, ammessa la convenienza di aprire un grande e nobile
accesso al Vaticano, esso raggiungerebbe meglio d'ogni altro l'intento.

Il progetto municipale tiene una via di mezzo Ira questo dei Fontana e quello che si l'erma
alla demolizione delle isole. Lascia allo stradone la forma d'imbuto, e ne mantiene l'imboccatura
stretta, tantoché il prospetto di san Pietro si vedrebbe solo da una linea breve e sottile del Lun-
gotevere e da un punto del lontano [ionie Umberto I; ma taglia il lato sud di Borgo vecchio
arretrandolo tanto « da renderlo disposto (rispetto all'asse della piazza di san Pietro) simmetri-
camente al lato nord di Borgo nuovo ».

A ben considerare, con questo arretramento non si otterrebbe che un assai lieve vantaggio con
detrimento gravissimo di memorie storiche e d'opere d'arte. Certi difetti di regolarità e di sim-
metria offendono assai più veduti sulla carta che nella realtà: anche l'odierna piazza Rusticucci,
che si vorrebbe prolungare (ino al ponte, non è regolare ma nessuno l'ha mai notato come un
difetto. Tutto il lato che si vorrebbe demolire, come può vedersi guardando traverso l'angusta
apertura del Borgo vecchio, è assai più basso che la facciata della chiesa di san Pietro, e non
nasconde quasi altro che il principio del colonnato. La veduta del .Morelli (v. sopra a pag. 141)
dimostra quanto lieve sarebbe questa irregolarità, per rimuover la quale dovrebbe farsi tanta rovina
che appena potrebbe essere giustificata dalla più evidente necessità. Io credo pertanto che, nel
peggior caso, sia da tornare al piano del Morelli e dell'amministrazione francese che non parve
punto deforme al Canova, al Visconti, al Valadier e ad altri valentuomini di quel tempo.

Senza contare il palazzotto di Santo Spirito, e la casa degli Alicorni sulla piazza di san Pietro,
ornata di un elegante cortile dei primi anni del Cinquecento, due palazzi dovrebbero essere atter-
rati, il Cesi e quello dei Penitenzieri. Il palazzo Cesi, che non è da confondere, come si fa spesso,
coll'altro più antico, famoso per le collezioni d'antichità che racchiudeva, e posto tra la chiesa di
S. Michele e la porta Cavalleggeri, fu edificato poco dopo il 1570 dal cardinale Pierdonato Cesi,
di cui il nome si legge sugli architravi delle finestre. Quantunque non appartenga al miglior periodo
dell'arte, è però di bello aspetto, con cortile quadrato cinto di portici e di loggie, con sale adorne
di pitture e di stucchi.

Ma di ben altra importanza è il palazzo del card. Domenico della Rovere, detto il cardinale
di S. Clemente, oggi de' Penitenzieri, sulla piazza di S. Giacomo Scossacavalli, edificato tra il 1470
e il 1490. Quantunque il suo nome Do. Ruvere car. S. Clemen. e il suo motto Soli Deo sieno scol-
piti infinite volte, dentro e fuori, sulle finestre e sulle porte, il palazzo della Rovere rimase, non
so come, pressoché ignoto, e ci son perfino scrittori i quali lo posero presso la gradinala di san
Pietro, o nella piazza Rusticucci. Il Vasari ne fa architetto il solilo Baccio Pintelli e dice che
«fu allora tenuto molto bello e consideralo edilizio». La facciata doveva esser gradita a piccoli
rettangoli, decorazione di cui serbano traccia, sotto alla tinta di bianco, i lati che piegano incontro
a san Pietro e alla chiesa di Santo Spirito. Era un tempo il palazzo isolalo da tutti i lati; ma
il lato volto verso ponte sant'Angelo è oggi chiuso in un gran cortile formalo da piccole casette.
Entrando in questo cortile, incontro al palazzo di Santo Spirito, si veggono ancora quattro grandi
finestre tagliate a croce guelfa, più grandi di quelle del palazzo di Venezia. In questo palazzo abi-
tarono Pietro Perugino, il Pinturicchio e poi Francesco Salviati; e il Vasari narra che il Pin-
turicchio «aveva fatto servitù con Domenico della Rovere cardinale di San Clemente; onde avendo
il detto cardinale (atto in Borgo vecchio un molto bel palazzo, volle e ie tutto lo dipignesse esso
Pinturicchio, e che facesse nella facciata l'arme di papa Sisto, tenuta da due putti». 1 Di quosle
pitture s'era perduta ogni traccia, tantoché nell'ultima edizione del Vasari curata dal Milanesi, si

1 11 Pinturicchio dipinse puro la cappella del cani.
Domenico della Rovere, elio si conserva ancora, ed è

la prima a destra di chi entra nella chiesa di Santa Maria
del Popolo.
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