Archivio storico dell'arte — 2.1889

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RECENSIONI E CENNI BIBLIOGRÀFICI

vano ii Reina, attratti specialmente dal fascino dell'an-
tichità. Ma mentre per quel tempo la maggiore impor-
tanza era data ai due primi libri, per noi, al contrario,
vale di più il libro III. Vorremmo invero trovarvi mag-
gior copia di notizie artistiche; ma, quantunque incom-
pleto, il libro dcll'Albertini è luttavia una fonte indi-
spensabile per ogni ricercatore della topografia di Roma
e della storia do' suoi monumenti nel primo quarto del
secolo xvr.

La ristampa di questa terza parte dell'Opusculum
è fatta dal professore Schmarsow con rara diligenza :
la revisione critica del testo è fondata sulla prima e più
corretta edizione originale del 1510, confrontata pure
colla [[.", stampata ugualmente in Roma nel 1515, e con
quella Lugdunensis del 1520. Nelle pregevoli note, oltre
alla dichiarazione storica e critica del tosto, sono ripor-
tali tutti i passi dei primi due libri dell' Opusculum
che possono giovare alla migliore inteliigcnza del 111,
e a dare notizie che servano a maggiormente comple-
tarlo. Oltre allo fonti antiche lo Schmarsow ha pur
tenuto conto delle migliori opere moderne che trattano
della storia di Roma, (piali quelle del Reumont, del
Gregorovius, del Muntz e di altri. Con felice pensiero
l'autore fece seguire al libro un'appendice contenente
l'elenco dello chioso di Roma nominato nei due primi
libri dell' Opusculurfi.

Tale la pubblicazione del professore Schmarsow, della
quale, sebbene stampata nel 1886, abbiamo stimato di
dover parlare in questo periodico, per rilevare la dili-
genza ed il metodo strettamente scientifico con cui è
condotta; metodo che noi vorremmo vedere usato anche
in altre pubblicazioni di simil genere; giacché sarebbe
veramente opera grande od importantissima che, spe-
cialmente qui in Italia, si pensasse a fare una raccolta
di tutti gli scritti prevasariani chi; potessero servire di
fonte alla storia dell'arte; lavoro cho gli austriaci hanno
già impreso coi Qùéllenschriften zur Kiinstgèschìchte;
i quali, fondati dal compianto d'Hitelbergor, ci hanno
ormai dato tanto edizioni prezioso di trattati italiani;
mentre per la storia dell'arte antica esiste già il lavoro
dell'Overbeck, Die Kunstguellen, dove sono diligente-
mente e con chiarezza di metodo raccolti tutti i passi
di scrittori greci e latini cho dànno notizie sugli antichi
artisti e sullo opere loro.

N. Baldoria

E. Mounier - La Céramique italienne au XVc siede.

Paris, Leroux, 1888.

L'A. è già, a buon diritto, riconosciuto fra i più infa-
ticabili ricercatori della stòria' dell'arte nostra. I suoi
studii, sempre nutriti di notizie e di convinzioni sode,
sono accolti dagli studiosi festosamente,' ed anche il
recente studio merita le più lieto accoglienze, perchè
esso è un serio tentativo di classificazione dello cera-
miche italiano del secolo xv. L'A. studia particolarmente
i pavimenti a quadretti di maiolica in S. Giovanni a

Carbonara, in Napoli, a Sant' Elena di Venezia, nella
cappella Marsili a S. Petronio e in quella Bontivoglio
a S. Giacomo di Bologna, nel convento di S. Paolo a
Parma, nella chiesa di S. Maria del Popolo a Roma.
L'A. avrebbe potuto pure far soggetto de' suoi studii
quello della chiesa della Verità e di Santa Elisabetta in
Viterbo, il pavimento eseguito da Gio. Antonio e Fran-
cesco d'Urbino l'anno 1491 nel Vescovado di Padova, ed
altri. Cosi fra lo ceramiche, avremmo desiderato vedere
accennato al piatto del Museo civico di Padova, attri-
buito a Nicola Pizzolo. Cosi avremmo desiderato cho fosse
a cognizione dell'A. come un pavimento, simile a quello
della cappella Bontivoglio in Bologna, esisteva in quel
di Nonantola, e come a quello appartenesse, tanto il
quadretto da lui citato a pag. 60 della colleziono Molza,
come altri del Musco civico modenese.

Riguardo ai piatti del Museo Correr, ammettiamo che
la data 1482 (enigmatica veramente) sia in contraddizione
evidente con la ipotesi del senatore Morelli, che ascri-
veva a Timoteo Viti i disegni di quelli; ma non potremo
per conciliare tra loro la data e l'ipotesi, supporrò che
i disegni fossero tratti da incisioni più antiche delle cera-
miche, tanto più cho lo stilo delle figuro è caratteristico,
individuale di Timoteo.

Ma L'A., e doveroso il dirlo, non ha voluto che ab-
bozzare la storia, assai incerta od oscura sin qui, della
ceramica italiana nel quattrocento; ed è riuscito nel suo
intento. A. V.

Cesare Guasti - Il Pergamo di Donatello pel Duomo

di Prato - Firenze, tip. di Mariano Ricci, 1887.

Una esistenza operosa, una vita tutta spesa nell'il-
lustrazione dello patrie istorie, si è spenta di recente
con la morte di Cesare Guasti. Altri e in altri giornali
si sono occupati della sua vita ; noi intanto in sua me-
moria, diremo di una monografia da lui scritta intorno
al pergamo di Donatello noi duomo di Prato.

Una mediocre eliotipia promessa allo studio ci rap-
presenta il fino lavoro dell'architetto fiorentino.

La parte interessante del lavoretto, è tutta dei do-
cumenti che riguardano quella costruzione.

I Pratesi fin dal duodecimo secolo, avevano gran de-
vozione per la reliquia della Cintola di Nostra Donna,
che ogni anno si mostrava ai fedeli da un pergamo
estorno di pietra e legno, murato nella facciata di mez-
zogiorno. II 13 aprile 1330 il consiglio generalo del co-
mune di Prato deliberava che, in luogo di quel per-
gamo di pietra e legno, no venisse innalzato uno di
marmo bianco. Soltanto nel 1357 si trova memoria della
esecuzione di questo pergamo. Maestro principale fu
Niccolò di Cecco del Mercia, artefice senese, con Sano
suo discepolo.

Costruendosi la nuova facciata del duomo, paraTela
all'antica, venne il pensiero di rinnovare anche il per-
gamo, e qui esce fuori il nomo di Donato di Niccolò,
in compagnia di Michele o Michelozzo di Bartolomeo.
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