Archivio storico dell'arte — 2.1889

Seite: 193
DOI Heft: 10.11588/diglit.17348.39
DOI Artikel: 10.11588/diglit.17348.40
DOI Seite: 10.11588/diglit.17348#0229
Zitierlink: i
http://digi.ub.uni-heidelberg.de/diglit/archivio_storico_arte1889/0229
Lizenz: Creative Commons - Namensnennung - Weitergabe unter gleichen Bedingungen
0.5
1 cm
facsimile
193

si trova Arnolfo. Da Roma a Orvieto, da Orvieto a Roma era facile l'andare e il tornare in quegli
anni, in cui i papi [tassavano dall'una all'altra città frequentemente.

Gió che rende più notevole il monumento di S. Domenico, e che qui nel fatto nostro dà mag-
gior peso alle considerazioni è che di tutte le sue opere quelle veramente accertate sono pochissime:
le opere di Roma e questa di Orvieto. In Roma porla scolpilo il suo nome il tabernacolo di
San Paolo. Il tabernacolo di Santa Cecilia fu lavorato nel 1284. Lo annunziava il eh. cornili.
Gh B. De Rossi scrivendo dell'abside e architrave del portico di quella chiesa.1 Finalmente v'ha la
tomba di papa Bonifacio Vili, che secondo quanto accennò da prima il Vasari, è stata riconosciuta
come opera del nostro Arnolfo dal Muntz e dal Frothingam. 2 Sappiamo poi dai suoi biografi che
dall'anno 1281 intraprese varie opere in Firenze; vale a dire, in quell'anno stesso l'ultima cerchia
delle mura della città e la loggia d'Or San Michele; nel 1285 la loggia e piazza rle' Priori e la cap-
pella maggiore e lai era le della Badia di Firenze, rinnovando la chiesa e il coro, e fabbricando il
campanile; nel 1294 eresse la chiesa di Santa Croce e incrostò di marmi le otto facciate del San Gio-
vanni; nel 1295 disegnò le mura del castello di Sangiovanni in Val d'Arno e Castelfranco, e nel 1296
fece Santa Maria del Fiore. Dice il Vasari che « Arnolfo, tenuto come era eccellente, si era acquistato
tanta fede che ninna cosa d'importanza senza il suo consiglio si deliberava».

Se prima del 1284 Arnolfo fu in Orvieto a scolpire in San Domenico, (orse vi fu chiamato
non tanto a lavorare un monumento sepolcrale, quanto a presentare un disegno della nuova chiesa,
per la quale il vescovo Francesco si adoperava alacremente e raccoglieva denari. Quel vescovo,
olire ad essere personaggio di gran conto nella curia romana, come lo prova la legazione avuta
dal collegio dei cardinali per Pietro da Morrone eletto papa (Celestino V), fu zelantissimo del culto
e delle arti. Come a lui si deve sopra ad ogni altro l'impulso dalo alla nuova chiesa dall'anno 1279,
in cui entrò nella sede orvietana, all'anno 1295, in cui fu trasferito a quella di Firenze: così a
lui si deve principalmente la erezione di Santa Maria del. Fiore. ' E una cosa curiosa la coincidenza
della traslazione del vescovo nel 1295, quando Arnolfo cominciava a lavorare per quella chiesa,
e la riconferma di fra Benvignate ad architetto del duomo di Orvieto. Forse frale Benvignate si
sostituiva ad Arnolfo prima temporaneamente, poi in modo slabile, dopo che quest'ultimo ebbe
dato il disegno della facciata e preso a lavorarvi di bassorilievo, e dopo che attendeva ad innalzare
le moli più grandiose di Firenze. F poi notevole che il padre Della Valle ponga Arnolfo « in un
luogo distinto Ira i primi maestri della loggia orvietana », benché pensasse tutf'altro che a fare
di lui il primo architetto del duomo. Se questa idea oggi potesse diventare una cosa seria presso
i critici, se ne rechi lutto il merito all'architetto attuale dei restauri, il mio amico Paolo Zampi,
che con intelletto d'amore studiando tutte-le parti del tempio e ricercandone le ragioni ultime
e più intime delle forme, vagheggia appunto nel nostro monumento un concetto fondamentale del
grande scolare di Cimabue e di Nicolò da Pisa. Appena che questo pensiero si svolse dalle medi-
tazioni di si egregio conoscitore, io ne trassi profitto, aiutato anche dall'altro mio amico il conte
Adolfo Cozza, per farne argomento di un discorso che l'Accademia di Belle Arti di Siena mi in-
vìi ava a leggere in occasione dei premi triennali del 1885. Più tardi questo stesso pensiero fu
accolto dallo Sthilmann che lo divulgò per i giornali di Roma e dal Mereu che ne scrisse nel-
l'art Di ciò sarà riparlato quando tratteremo della costruzione della chiesa di dentro. Dilanio
serviranno queste cose ad introdurci allo studio dei disegni della facciata.

F cosa ormai certa, e ci risulta dal citato documento del 1310, che il Maitani presentandosi
al consiglio coi lavori che ebbe già falli e con quelli da fare, diceva che la facciata ancora non
c'era: « paries debet fieri ex parte anteriori: » ma essa è notala fra le opere da lui disegnate:
« in speronibus tecto et parieté pulcritudine figuratis. »" Il disegno da lui dato si conservò diligen-
temente fra le cose della Fabbrica: fu tramandato da un camarlingo all'altro ad ogni volta che si
succedesse nella amministrazione di quella, e figura ogni volta nell'inventario dei mobili passali

1 De R ossi. Musaici cristiani delle chiese di. Roma, 2 The American Journal of archaeology and of the

fise. XI-XII. hìstory of the fines arls. Baltimore, January 1885, I 54.

Archivio Storico dell'Arte, - Aimo II, Fase. V-Vl.

2
loading ...