Archivio storico dell'arte — 2.1889

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naie. Le torri da crociformi acquistano una figura di rientranza: incassale nel centro, rilevate e
sporgenti agli angoli. Laddove prima ad ogni alzala di piano restringevano, ora dallo slacco del
prhn'ordine salgono diritte fino alla base della cuspide. Anche in questo il secondo disegno modifica
il sentimento settentrionale della prima pergamena. Tenute uguali le larghezze in tutta l'altezza
della torre, la maniera è più italiana. Il primo disegno omette il coronamento nelle torri centrali,
forse perchè questo doveva figurare in un disegno a parte o si supponeva simile alle torri
laterali. Ma nella seconda pergamena il coronamento è disegnato con due varianti che non sap-
piamo quale possa essere più bella. Nè l'ima, nè l'altra, disgraziatamente, è stata eseguita in costru-
zione. La differenza che passa tra la prima e la seconda pergamena anche in questa parte importan-
tissima dell'architettura del tempo conferma il criterio acquisiate (inora nella differenza di sentimento
architettonico fra l'uno e l'altro disegno. Il primo ha forme meno composte, meno aggruppate o
collegate: si direbbero proprie più di un oggetto di oreliceria che di una costruzione in pietra
o in marmo. Il secondo va (ino all'ultima punta restringendosi in modo solido e compatto, ma
non meno elegante e ricco, come una visione di serafino che ad ali erette verso il cielo « più
alto festini. » Si incomincia a vedere maggiore solidità e compattezza nell'organismo del portale,
dove, a differenza dell'altro disegno, si è lasciato un certo spazio leggermente ornalo a nodi
mosaicati in modo da non turbare neanche apparentemente la solidità delle pareti, cosi che si
pare il complesso tutto meglio basato. Da questo deriva quella sublimità che tanto colpisce chi
davanti al duomo d'Orvieto contempla la bellezza dell'arco, vero arco di trionfo cristiano. « Dica
chi fu sotto il gran portone di Orvieto... se l'architettura costruì mai opere capaci di produrre
nel nostro animo una maggiore commozione! Egli dovrà confessare, (esclama il Mfiller) che gli
anlichi architetti conservarono e svilupparono ben a ragione per lunghi secoli questa stessa forma
delle porte nelle cattedrali, siccome di disegno insuperabile. »

Nel secondo ordine e nel loggiato del primo disegno il davanzale è ornato in modo capric-
cioso. Le colonne in cambio di trovare riposo nelle membrature inferiori cadono sul vuoto o sul
pieno senza nessun ordine. I medesimi colonnini non hanno membrature che accennino a sostenere
una parte di sforzo dell'architrave, ma terminano in graziosi pinnacoli. Le decorazioni che circon-
dano l'occhio della rota assorbono troppo spazio delle pareti con struttura non atta a concorrere
alla resistenza: perciò anche qui prevale l'ornato alla stabilità; laddove nel secondo disegno abbiamo
un bellissimo ordine di edicole con colonnine centrali, le quali formano una continuità di ordini
come nei piani soprapposti di un edificio; e le medesime decorazioni accennate nel primo progetto
sono ristrette in una zona più staticamente proporzionala.

Nessuna ragione di corrispondenza architettonica troviamo nel lìnale del prospetto dei fianchi.
Nell'uno termina in piano, nell'altro in cuspide. Non si riscontrano strutture sì reali come appa-
renti che ricordino il primo e il secondo disegno di finimento laterale. Soltanto un architetto di
gusto più decorativo che statico poteva immaginare le disposizioni del primo; dove il loggiato
corona quella parte di edifìcio, nel cui mezzo sporge e trionfa il vertice di una cuspidi', riposo
ad una gran figura alata che campeggia nell'aria in attesa di alzarsi, volando, albi eccelse sfere.
L'eleganza lui la artistica di questa trovata piacque al severo autore del secondo progetto e la
volle tradotta in forma di carattere più architettonico. Qui è da trovare il germe della facciata
tricuspidale, che in vero per quanto India a vedere, e per quanto di fronti; all'altra può sem-
brare l'espressione meno lontana dell'organismo dèlia chiosa a tre navi, non si potrebbe neppure
dire che in effetto risponda al canone di Vitruvio. che in architettura ninna cosa deve farsi senza
che si pòssa renderne una buona ragione. I>i che però è vano discorrere, perchè l'architettura così
detta gotica è un'architettura con particolari pregi che ubbidisce a particolari precefi i. Raffaello
davanti a Leone X negava che l'arie ogiva fosse un guastamente della greca e della romana e
la riguardava come una cosa allatto diversa. Se il Vasari contro Leon Battista Alberii la chiamò
una maledizione, il giudizio dei posteri suona severo sopra di lui che demolì così insanamente
tanta parte di quelle opere, come odiando ne scrisse. Perciò la critica non può ancora pronunziare
giudizi sicuri, perchè gran parte de' precetti di quest'architettura interamente diversa dalle altre
è ancora racchiusa liei segréto.

Ritornando al coronamento della nostra lacciaia, possiamo dire che l'autore! del secondo disegno
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