Archivio storico dell'arte — 2.1889

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LA FACCIATA DEL DUOMO D'ORVIETO

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aveva accolto l'idea fondamentale dell'altro e non potè a meno di partecipare ad un certo gusto
nordico, lasciando invariate le dimensioni della cuspide di centro; dimensioni che sono originali,
perchè prima del nostro duomo non furono mai praticate nei fastigi delle chiese. Nella chiesa di
Santa Maria della Spina in Pisa le cuspidi forse non risalgono al periodo precedente all'ingran-
dimento di quel vago oratorio (1323). A Siena sono posteriori al 1359, dice il barone di Rumhor,
e la tricuspide non vi fu voluta che ai 20 giugno 1377. Egli è un fatto che il loro tipo era già
stalo vagheggiato e accolto nelle creazioni fantastiche dei pittori. Gli affreschi della basilica di
San Francesco d'Assisi, dove sono coloriti prospetti di tempii, consacrano il finimento tricuspidale
sentito come è nel duomo di Orvieto, ancorché si voglia dirlo non necessario e solamente di con-
venzione, e cosi le pitture di Simone Martini nel cappellone degli Spaglinoli in Santa Maria Novella.
Solamente nel duomo d'Orvieto si ebbe il coraggio di eseguirla per la prima volta. A (meste conse-
guenze venne il eh. architetto signor Nardini-Despotti-Mospignotti di Livorno nei suoi accennati
studi sul sistema tricuspidale, che sono ad un tempo gli studi più profondi che fin qui siansi fatti
sul duomo di Orvieto.

Una importante variazione che non appare nei presenti disegni si operò in seguito. Fu rialzata la
cuspide centrale di un piano corrispondente ad una delle edicole che fiancheggiano la gran rota. Ne
derivò maggiore proporzione e armonia : e n'ebbe merito un artista, ma del secolo xv, che benché
scultore del Rinascimento, pure mostrò di sentire un'architettura che non era più del suo tempo:

Per concludere: parrebbe che nel primo disegno predomini un sentimento più indeterminato
del bello architettonico. Anziché ridettervisi le tradizioni nostrane, vi scorgi quasi un ricordo di
arie settentrionale. La natura poi delle forme e delle modificazioni portate in esso col secondo
disegno accenna di preferenza in quest'ultimo all'architetto, tuttoché la profusione degli ornati,
come portava lo stile del tempo, lo renda ugualmente ricco e splendido.

Non sono dunque opera della stessa mano e l'uno e l'altro: non sono lavoro dello stesso
tempo. Quindi, se non è da fraintendersi il documento dell'anno 1310, che dice delle opere del Mai-
tani: « continuus et expertus fuit et est in speronibus, tecto et pariete pulchritudine figuratis, que
paries debet fieri ex parte anteriori, » dovremo credere che la pergamena notata come cosa « maini
magistri Laurenlii » sia disegno posteriore. E così creazione del Maitani è la facciata tricuspidale,
che fu da lui stesso cominciata ad eseguire.

Potremo ora ascrivere ad Arnolfo il disegno della prima pergamena? Ne giudichino i critici
dopo aver sentila la parola di Paolo Zampi, che più olire sarà riportata. Per me, se la prima
pergamena è improntata ad un sentire più nordico, se è ispirazione di un genio diverso, se è (mera
di altra mano dalla seconda pergamena, non mi fermerei che sul nome di Arnolfo, che fiori in
un tempo in cui l'arie cominciava a lasciare le forme lombarde, che (mi riporto all'illustre ed
elegantissimo scrittore comm. Boito) nell'organismo e nella ornamentazione guardò al settentrione
a differenza dei Pisani, che nonostante seppe piegarsi al gusto delle varie provincie d'Italia, e
forse per questo fu chiamato dal Selvatico l'uomo « del nuovo stile. » Da lui quelTorizzontalismo
delle fabbriche fiorentine, quell'elegantissimo ballatoio del nostro disegno che pare imitato nel fianco
di Santa Maria del Fiore, nel campanile di Giotto, nella loggia d'Or San Michele e in quella de'
Lanzi, nel battistero, nei palazzi. Secondo il Dall'Ongaro, « la linea orizzontale è la linea toscana
per eccellenza, trasmessa a noi dalle tradizioni antichissime etnische e latine. Ciò non si dimostra,,
si sente. E certo lo sentirono Arnolfo, Giotto, Orcagna, Iìrunelloschi e Michelangelo stesso che
dopo avere lancialo nell'aria la cupola di San Pietro, si affrettò di farla riposare sopra la base
larga dell'atrio e gli immensi parallelogrammi del Vaticano. » Gli espositori più illustri della storia
dell'arte del medio evo sono concordi nello stabilire che quella maniera di architettura ebbe in
Firenze uno sfile tutto proprio, a cui Arnolfo (diceva il compianto De Fabris) dava iniziamento
e carattere, e Gioito conduceva poi a perfezione di ogni eleganza. Arnolfo si trovava in Orvieto
in un tempo in cui l'animo dei cittadini s'infervorava alla costruzione del duomo. Come non pensare
che un disegno cosi eccellente e di maniera tutta arnolfesca non appartenga alle ispirazioni del
suo genio, attratto fra il basilicale e l'ogivo, piegato alla gentilezza delle forme toscane?

Il Maitani, quarant'anni o trent'anni dopo, quelle forme stesse modellò ad una maniera più
italiana ; e fece dimenticare Arnolfo.
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