Archivio storico dell'arte — 2.1889

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LUIGI FUMI

Ripugna egli il credere che un architetto valente come era il Maitani, anzi che creare di
pianta, riformasse uno studio di altro architetto? No. Dice il marchese Selvatico, e lo ripete un
illustre critico vivente, il cav. Nardini Mospignotti, che gli architetti del medio evo, anco i più
famosi, non avevano a schifo di ricopiarsi L'un l'altro; anzi « fissato che avevano un tipo,
specialmente nelle cose spettanti a religione, lo mantenevano sempre, contentandosi solamente di
variare alquanto i dettagli e di perfezionare la forma. » Ma tutto questo sia detto con venia delle
persomi che sentono molto addentro nelle cose d'arte, alle quali tarderà l'udire ciò che ne pensi
chi può con perfetta competenza di critico trattare ampiamente il nobile soggetto. L'amico tanto
modesto quanto valente mi perdoni se io faccio di ragion pubblica una lettera destinala ad uso pri-
vato. Non so se riproducendola come indirizzata a me, io goda più dell'onore che me ne viene o del
valore delle cose in essa discorse. Comunque sia, sento di dovermene compiacere altamente, ancorché
non possa averne alcun merito. Ecco la lettera di Paolo Zampi:

Mio Carissimo Gigi,

Hai tanto insistilo, o meglio sei stato cosi gentile con me nel richiedere il mio parere su le
due pergamene che abbiamo in museo col disegno originale della facciata del Duomo, che il rifiu-
tarmi più a lungo sarebbe una vera scortesia e potresti giustamente dubitare della mia buona
amicizia. Ma patti chiari. Sai bene che tengo in mano male il compasso e peggio ancora la penna,
perciò queste poche idee accettale per quel che valgono, rimpastale a tuo modo, che solo nelle Ine
mani potranno aspirare all'onore di valer qualche cosa.

Pecorai subito senza tanto proemio sulla buona strada: eccomi avanti ai duegavantones tutti
rosicchiati e laceri, ingialliti dal tempo con tracce poco visibili dell'antico disegno. .Mi domando
se siano l'uno e l'altro della stessa mano, quali relazioni passino fra di loro, mancandomi la fortuna
di' scoprirvi il nome del loro autore. È cosa naturale che dallo studio ed esame dei due disegni
si passi al confronto coll'opera eseguita, qual'èquel miracolo d'arie e di poesia, la facciata del Duomo
di Orvieto, che forma attualmente l'unico ed il più caro oggetto delle nostre cure, che ci costa,
diciamolo con vera soddisfazione, qualche mezz'ora di sudore e di studio, infruttuoso, è vero, per
parte mia, poiché gli sforzi dell'intelletto non corrono di pari passo con quelli della buona volontà.

E lucile l'asserire che i progetti delle due pergamene non appartengono alla stessa epoca, e
mentre l'uno, più antico, può dirsi il vero progetto primitivo, l'altro, assai posteriore, colle indi-
cazioni generiche delle parti non variate, ci pone sott'occhio, studiate in tutti i particolari, le parti
modificale od aggiunte. Apparisce quest'ultimo un lavoro meditato e studiato con lauto amore, che
l'autore di esso non conlento delle modificazioni apportate al primo disegno, non si ristette d'in-
trodurvene delle altre man mano che all'atto pratico della costruzione si sviluppava e progrediva
il lavoro. Pertanto può dirsi a ragione della facciata di Orvieto che in essa sono compendiale tutte
la parti più belle e più sublimi dell'uno e dell'altro progetto, insieme alle varianti, che in seguito
si riconobbero migliori e più opportune, non disdegnando gli artefici di quei tempi di sottoporre
i loro disegni a continuo studio, subordinando non solo i profili e qualsiasi più semplice modinatura,
ma le stesse masse e la loro disposizione, alle leggi di simmetria e di euritmia, o per dir meglio
all'effetto che esse producevano nell'occhio dell'artista e di ogni altro intelligente osservatore all'atto
pratico della loro esecuzione.

In ambedue i progetti l'organismo e la statica sono subordinate alla decorazione; ma nel secondo,
rispettato sempre lo stile ad ammesse e conservate le più belle parli decorative del primo, vi si
rileva la mente di un architetto costruttore ed artista, il quale meni re modificava nel senso di
perfezionamento la primitiva decorazione, aveva il sommo coraggio di ali orarne, essenzialmente
l'organismo col variare il finimento superiore, introducendovi per primo il linimento tricuspidale.

Tal fatto si crede piii che sufficente a provare che i due progetti vennero ideati e studiali da
due differenti artisti. Il primo è più antico; rispetta le norme dell'architettura lombarda, conosce
lo sviluppo e il radicale cambiamento da essa subito nelle regioni settentrionali d'Europa, coni-
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