Archivio storico dell'arte — 2.1889

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FRITZ HARGK

acquista un'espressione strana dagli occhi di color grigio chiarissimo con lo sguardo acuto, rigido
e quasi morto. In ciò v'è una reminiscenza di Antonello, ma l'esecuzione tecnica è affatto differente
dalla sua; il dipinto è eseguito in una tempera sottile e fluida, con somma diligenza, liscio del tutto;
il tono delle carni è giallo caldo con delicati ridessi rossi ed ombre verdi sfumate; il colore chiaro
e trasparente. Si tratta certamente d'un lavoro di scuola veneziana, però non saprei a quale maestro
attribuirlo. A giudicare dalla foggia del vestire, si deve porre in tempo relativamente anteriore, e
appartiene certamente al settimo decennio del secolo xv.

Parimenti impossibile mi è il designare l'autore dell'ultimo quadro che ancor mi resta a descri-
vere in questa collezione; è il busto di S. Cecilia, su fondo scuro, di grandezza alquanto inferiore
alla naturale. Nella mammella sinistra è confitto il pugnale; la mano destra tiene una palma. Il
viso dall'ovale delicato e nettamente tagliato, con la fronte fortemente arrotondata ed il naso dritto
ed appuntito, è volto per tre quarti a sinistra, mentre gli occhi guardano dritti in avanti; i capelli
bruno-rossicci sono raccolti di dietro in una cuffia di perle, e da questa ricadono all'ingiù intrec-
ciati con un nastro azzurro e con ornamenti; accanto alle tempie i capelli formano dei riccioli
pendenti. Il costume è ricchissimo: una sottoveste attillata di broccato d'oro, di taglio quadrato,
ornata dinanzi da un fermaglio lè cinge il petto; sopra di questa una veste di color verde scuro
con le maniche legate, dalle quali presso le spalle sporge la camicia bianca a buffi. Le carni sono
di color giallo-bruno e modellate in larghe masse luminose con delicate ombre bruno scure, che
specialmente nelle mani sono interamente sfumate. Tanto il tono delle carni quanto l'esecuzione
ricordano il Boi trafilo ; però il tipo del volto è affatto differente da quelli di questo artista, ed io
non oserei nemmeno di ascrivere il quadro alla scuola milanese; esso viene però certamente dall'alta
Italia e appartiene al primo decennio del xvi secolo. Solo nel pulire il dipinto si scoprì la figura
della santa; giacché il suo primo possessore l'aveva trasformata in un ritratto coprendo il pugnale
e la mano che tiene la palma. Secondo la sua apparenza presente, che è l'originale, si deve ritenere
che sia un pezzo tagliato fuori da un quadro maggiore: come quello del Pesellino nominato prima,
proviene dalla collozione Graham di Londra.

Il prof, voi) Kauffmann, che possiede molti quadri buonissimi dell'antica scuola fiamminga e del-
l'olandese del secolo xvn, ha appena da poco tempo volto il suo sguardo ai lavori italiani. La sua
collezione è l'unica in cui figurino in vàrio modo anche i trecentisti, dei quali nominerò quelli
che sono i più importanti, e che si possono classificare con una certa precisione. Il migliore fra
questi è un 8. Girolamo in colla grigia, ritto innanzi ad uno scrittoio, in mezzo alla sua stanza,
le cui pareti sono coperte di libri; ai suoi piedi sta il leone, che solleva verso di lui la zampa
ferita. Benché il dipinto sia piccolissimo, è meravigliosa l'espressione di serietà che ha la figura del
santo; l'esecuzione poi è eccellente fin ne' più minuti'particolari. Con molta probabilità il quadro è di
Don Lorenzo Monaco. Di Filippo Mommi è una Madonna col bambino in mezza figura, vista di faccia
sotto un arco gotico su fondo d'oro: essa regge con le due mani il bambino che siede sul suo braccio
sinistro e appoggia il capo a quello di lui. Il dipinto, le cui figure sono di grandezza metà del natu-
rale, è allatto simile nella composizione a quello del regio museo di Berlino n. 1067. Un grazioso
altarino, nel quale si vede in mezzo la Madonna col bambino seduta a terra e nella base, inferiore
tre medaglioni rappresentanti YEcce homo, santa Maria e san Giovanni è in analogia così perfetta
col quadro firmalo di Francesco di Vannuccio nella galleria reale di Berlino (n. 106)2, b), che si
può attribuire senza esitazione a questo maestro. Una tavola in tempera chiara e sottile ricorda
in tutto la maniera di Neroccio di Bartolomeo; rappresenta, in altrettante mezze figure, nel mezzo
la Madonna che sorregge il bambino in piedi su una ringhiera, a sinistra un santo che legge in
un libro, a destra santa Caterina. Una piccola Adorazione dei Re, le cui ligure si distinguono per
una espressione seria e malcontenta, è attribuita dal dott. Bode a Giovanni di Paolo.

Delle pitture del Quattrocento va nominato per primo un quadretto di Carlo Crivelli. Esso era
certamente un quadro votivo destinato ad essere appeso ad un altare; rappresenta il committente ingi-
nocchiato innanzi ad un altare, con accanto il suo patrono, il quale ultimo, a dire il vero, raffigurato
come un uomo qualunque nel costume del tempo con una spada al fianco, non ha niente che precisi
qual santo sia, anzi nemmeno l'aureola che lo caratterizzi come un santo. In una nicchia architettonica,
bianca e rossa chiara con dei marmi incastrati qua e là, sta l'altare, su cui sorge un crocifisso. Innanzi
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