Archivio storico dell'arte — 2.1889

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FELICE BARN AB RI

stesso in cui le arti maggiori fiorirono e nella Campania e nelt'Etruria; della qual cosa ebbe a trat-
tare il chiarissimo Gainurrini, illustrando un raro vaso falisco, rimesso all'aperto nel primo periodo
dei nuovi scavi. Ma di questa arte vasaria romana non conosciamo fino ad oggi nessun esempio
sicuro; e gli oggetti che restituirono le tombe della città, e che si riferiscono a questo periodo
non si saprebbe dire se dalla Campania o dalla prossima Etruria fossero importati. Sono per lo più
vasi a vernice nera, del cosi detto stile etrusco-campano, che si trovano associati a vasetti vitrei
variegati, come si vede nel gruppo della suppellettile funebre di una tomba dell'Esquilino, esposto
tra le cose del municipio di Roma, e segnato nel catalogo col numero 2821.

Con la produzione di questi vasi di stile campano, dei quali tra le cose esposte del principe Tor-
lonia si ammiravano splendidi saggi (vetrina 49), cessa l'uso del bucchero funebre, e comincia il costume
di ricchi corredi funebri di vasi a vernice nera, e di piattinètti col disegno a profilo di una lesta
di uomo o di una testa muliebre, abbelliti nell'orlo col nolo motivo delle onde, piattinètti dei quali
sono pieni i sepolcreti della «bassa Etruria, e che non mancarono nelle suppellettili delle tombe romane.
Tra gli oggetti esposti dal municipio se ne vedeva uno col profilo di una testa di donna, che non
si distingue punto dai numerosi piattinètti simili delle tombe falische.

Si passò in tal modo alla produzione comune della merce liscia, a vernice rossastra; produzione
che dagli ultimi secoli della repubblica durò fino al basso impero, mentre il lavoro artistico, cessato
il costume dei vasi dipinti, diede primieramente i vasi argentati, e quindi i vasi a figure in rilievo
policrome, coi quali si preparò la manifestazione più potente dell'arte ceramica nell'evo classico,
cioè i lavori delle officine di Arezzo, che fornirono i modelli a tutte le altre manifatture che sulla
fine della repubblica andarono a mano mano crescendo nella penisola ed in varie parti di Europa.

Di vasi argentali l'esposizione presentava una serie elegantissima, tratta dalla collezione del
comm. Augusto Castellani, e formala di oggetti provenienti dalle lombo del territorio volsiniese
(n. 3901-3909). Di vasi aretini ho ricordato in principio i saggi presentati dal cav. Funghirli. Di vasel-
lame di altre fabbriche posteriori si vedevano scodelle a rilievi ornamentali, esposti dal signor
Agostino Monti di Arcevia. Se la memoria non mi inganna, quelle scodelle, trovate nei rifiuti di
fabbrica presso Castelleone di Suasa, potrebbero far fede che anche quivi tra il secondo e terzo secolo
dell'impero sorgeva una manifattura.

Dovrei ora dire delle terrecotte ornamentali, usale nei fregi o nei c ironamenti dei templi,
delle quali bellissimi esempii si ebbero india mostra. Le vetrine 44 e 45 ne offrivano numerosi pezzi
riferibili a vari odilicii ed a varie eia, appartenenti alla collezione delle antefisse ceretane dei fra-
telli lacobini di G-enzano, antefisse assai conosciute dagli studiosi. La vetrina 53 ne presentava poi
delle bellissime esposte dal municipio di Roma, e provenienti dagli scavi della città. Ma sventurata-
mente anche qui il catalogo non diede alcuna delle notizie più elementari delle quali nasce vivo
il desiderio al cospetto di tante bellezze. Si può dire soltanto che alcuni di questi fregi rimontano
al v ed al iv secolo; altri sono certamente del m secolo avanti Cristo; altri della maestosa arte
dell'età augustea. Ma forse tutti i desiderii saranno appagati quando si potrà vedere tutto il materiale
archeologico ed artistico degli scavi di Roma esposto convenientemente, e si potrà aver notizia dei
dati di fatto che ne accompagnarono la scoperta.

Ho accennato di sopra che gli oggetti esposii dal municipio bastavano da per sè soli a farci
riassumere tutta la storia dell'arte nell'evo classico, e con alcuni esempi di produzioni ceramiche
rarissime che difficilmente si troverebbero altrove. Intendevo di alludere ad alcuni pezzi somma-
mente preziosi, esposti nella vetrina 53, e descritti nei numeri 2812 e 2813. Il primo fu trovato, come
qui ricorda il catalogo, negli- scavi alla villa Wolkonslty nel corrente anno 1889; gli altri due,
compresi nel numero 2813, negli scavi in via Montebello il 20 agosto del 1881. Sono lavori di
pasta artificiale egizia, lavorali a rilievo o ad incavo, e ricoperti di rivestitura vitrea con mesco-
lanza di ossidi metallici. La indicazione di mezzamaiolica, come nel catalogo è detto, è assoluta-
mente sbagliata, perocché trattasi di procedimento tecnico diverso. Qui apparisce la tradizione
dell'antica arte egizia, imitata nelle paste artificiali dei Fenicii; e con molta probabilità siamo alle
ultime manifestazioni di quest'arte sulle sponde del Nilo, essendo questi lavori attribuiti al periodo
tolemaico. Ma chi voglia saperne di più, può leggere ciò che ampiamente ne scrisse il dott. Dressel
negli Annali dell'Istituto. Si avvicinano invece alla mezzamaiolica, almeno per la parte che con-
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