Archivio storico dell'arte — 2.1889

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RECENSIONI E CENNI BIBLIOGRAFICI

passavano in Italia. D'altronde insieme cogli scultori
giungevano dal settentrione in Italia anche molti pit-
tori, i quali, a voler dire il vero, piuttosto che dare un
impulso alla nostra pittura, qui dove Giotto e i giot-
teschi, Ambrogio Lorenzetti e i Senesi coprivano, nel
secolo xiv, le vasto pareti delle nostre chiese di mirabili
composizioni, potevano ritrarne utili ammaestramenti.
Lo studio e l'oggettiva rappresentazione del vero non fu-
rono esclusiva caratteristica dell'arte gotica o francese, o
fiamminga, o tedesca. Fatto con Giotto un passo gigantesco
nell' interpretazione della natura, sebbene la potenza
straordinaria di questo maestro avesse attratto quasi tre
generazioni d'artisti, l'arte doveva poi continuare per la
via incominciata. E dall'arte giottesca veramente, sparsa,
come le sculture de'Pisani, per tutta l'Italia, dai germi
in essa fecondati, senza bisogno d'influssi esteriori, si
sviluppò anche il rinascimento della nostra pittura. Così
in Dante, e più spiccatamente in Petrarca e in Boccaccio,
si trovano i germi dell' umanesimo.

Già verso la fine del secolo xiv il veronese Iacopo
Avanzi, giottesco, tra gli affreschi eseguiti nella cappella
di san Giorgio a Padova, dipingeva i Funerali di santa
Lucia, nella quale composizione insieme a forme anti-
quate si ammirano figure che sono veri e propri ritratti,
ed un'espressione de' sentimenti nello tosto così viva,
ed atteggiamenti così semplici e naturali, ed un colo-
rito così vago ed armonico, ed una così oggettiva ricerca
dei particolari e del carattere, da far apparire evidente
l'imitazione diretta del vero.

Ondo l'Avanzi può giudicarsi l'immediato precursore
del Pisanello, cioè del fondatore della scuola veronese; il
quale, dotato d'ingegno vivace ed originale, lasciò da
banda ogni convenzionalismo per darsi interamente alla
ricerca del vero, all'imitazione larga e varia della natura
che potè anche accordare collo studio dell'antico. Egli,
insieme con Gentile da Fabriano, diede eziandio il primo
e fecondo impulso alla grande scuola veneziana, che in-
comincia veramente con Iacopo Bollini, non potendo
dirsi che efficacemente abbia contribuito al fiorire di essa
lo stile tedesco dei Muranesi, ohe non ebbe poi alcun
seguito.

In Toscana intanto, il delizioso beato Angelico, il
maestro di Benozzo Gozzoli, da una parte, e da un'altra
Masolino da Panicale, il maestro del grande Masaccio,
cioè di colui che diede il più forte impulso al nuovo
indirizzo della pittura toscana, mostrano ambedue con
meravigliosa evidenza la loro derivazione dalla scuola
giottesca, a cui essi però davano nuova vita, mirando
ciascuno alla manifestazione d'un diverso ideale, ma
ambedue tendendo ugualmente all'imitazione diretta del
vero e dell'antico.

Così anche la pittura non ebbe per emanciparsi il bi-
sogno dogli insegnamenti dell'arte gotica settentrionale.
Essa conteneva in sò i germi del suo rinascimento ;
bastava soltanto lo sforzo individuale di goni potenti per
spingerla innanzi; od i geni non potevano mancare nel
nostro paese, in quell'ardore di vita, che da tempo era

incominciato a manifestarsi, in quel risveglio potente
degli italiani verso la nuova civiltà, in quella continua
cupidità d'osservare e di darsi ragione di tutte le cose,
in quello studio di ricercare le difficoltà per superarlo,
nell'amore verso la natura e verso tutto ciò ch'era bello
e grande, nell'aspirazione, ormai non più rattenuta, di
uguagliare e fors'anco di superare gli antichi.

Nei secoli xm e xiv noi abbiamo accettato dalla
Francia, e in generalo dal settentrione, vari elementi
artistici, e, voglio concedere, più forse che noi non ne
dessimo; ma Io stile settentrionale non s'impose alla
nostra arte, si mescolò piuttosto con essa, ed anche nei
monumenti dov'esso manifestasi più spiccatamente, noi
sapemmo _ trasformarlo secondo il nostro carattere. In
generale noi fummo nell'epoca gotica più parchi e, tal-
volta, anche più fini, se non più vari, nell'uso degli or-
namenti ; più sereni interpreti del vero od amanti in
pari tempo dell' ideale; nè mai abbiamo perduto di vista
l'antico: così che nel momento del massimo fermento
di vita, sviluppatosi tra i popoli europei, fermento che
pur dovea manifestarsi con certi caratteri comuni per
la comunanza delle idee da cui era scaturito ed in cui
s'agitava, noi abbiamo fatto presto a trovare il nostro
speciale carattere, la nostra forma quale già appariva
anche nelle opere di cui abbiamo parlato.

N. Baldoria

V. Bindi. - Monumenti storici ed artistici degli Abruzzi.

Studi. Con prefazione di Ferdinando Gregorovius.
Opera corredata da note e documenti inoditi, illustrata
da duecento venticinque tavolo in fototipia ed inci-
sione. Napoli, Giannini, 1889.

Il eh. prof. Vincenzo Bindi,pi'osìde dell'Istituto «Pietro
della Vigna » di Capua, ha pubblicato un' opera così
imponente per mole, da far pensare al motto di Plinio
quin etiam voluminibus ipsis auctoritatem quandam et
pulchritudinem adicit magnitudo. Il Gregorovius, che
ha ornato di sua prefazione il libro, ci presenta l'autore
come uomo che « crebbe il vasto e preclaro impero
della scienza artistica d'Italia di una nuova provincia,
aggiungendo alla storia delle arti italiano il ramo
abruzzese ». A vederlo, scrive poeticamente lo storico di
Roma nel medio evo, « presentarsi innanzi alla sua patria,
con quest'opera bella e pregevole tra le mani, da esso
lui fatta splendidamente vestire, e fornire di tanti dise-
gni, egli mi fa ricordare quasi Leonate di Casalina o
altri fondatori di fabbriche sontuose, che si veggono
raffigurati pei musaici portanti sulle loro palme l'effigie
dell'opera da loro innalzata ». Alle lodi del Gregorovius,
si aggiunse il giudizio favorevole di un autorevole
Istituto; e l'opera dedicata al Re, verrà negli Abruzzi
considerata come monumento storico adamantino, come
base agli studii fondamentale, incrollabile. Egli è perciò
che noi, plaudendo al patriottismo del prof. Bindi, am-
mirandone l'ampia erudizione, le assidue ed amorose
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