Archivio storico dell'arte — 2.1889

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IL MUSEO FILANGIERI IN NAPOLI

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lumi in proposito. I documenti quivi riportati per esteso, tratti dall'Archivio Notarile e dall'Archivio
di Stato, accennano bensì a diversi artefici impegnatila cominciare dal 14G4 e venendo fino al 1490,
nella esecuzione di varie parti della dimora di Angelo Como; ma non dovettero essere propriamente
i creatori della poderosa mole. Ne risulterebbe piuttosto che questa fosse stata innalzata a diverse
riprese; la quale circostanza è avvalorata anche dall'aspetto della facciata stessa con le sue dis-
simetrie nelle disposizioni delle finestre e degli spazii frapposti, in ispecie lungo il piano terreno.

Una cosa si può accertare, ed è che una influenza per lo meno del gusto architettonico della
Toscana vi è palese, massime nella forma del portone d'accesso col suo arco fatto a cunei di belle
proporzioni non che in quella dei cinque fmestroni del piano nobile, che ci richiamano simili parti di
Giuliano da San Gallo nel palazzo di Venezia a Roma. Che nell'essenziale il palazzo Como fosse
terminato già nel 1488 si deduce dal fatto che Angelo, il quale era nelle buone grazie del duca
di Calabria, ed il suo primogenito Leonardo, che era divenuto scrivano o segretario del medesimo,
nel 17 agosto del 1488, giorno della festa di esso Leonardo, ivi ricevettero Alfonso con ogni sorta
di dimostrazioni di riverenza e di ossequio non avendosi a ritenere se non per lavori complemen-
tari quelli della esecuzione di quattro grandi finestre di pietra huscia e di sei porle di pietra azzurra,
un camino ed altro tre finestre dalla parte interna, assunta nel 1490 da tre artefici toscani, Fran-
cesco di Filippo da Settignano, Ziattino de' Benozzi da Settignano e Domenico di Felice da Firenze.
A rammentare poi le relazioni dei Como cogli Aragonesi stanno applicati agli opposti angoli del
palazzo due stemmi secondo l'uso fiorentino. Lo scudo a destra infatti porta le insegne di quei re,
quello a sinistra dell'osservatore lo stemma dei proprietarii, il quale è una mezza luna con due stelle
di sopra e una di sotto.

Fra le varie vicende per cui ebbe a passare codesto edifìcio vuoisi mentovare quella della sua
trasformazione in convento lino dallo scorcio del xvi secolo. Non fu secolarizzato definitivamente
se non nel 1803, con l'ultima soppressione degli ordini religiosi, e in quella occasione dichiarato
di ragione municipale. E qui diamo la parola al prof. Gapasso, le cui Memorie sloriche intorno
al palazzo hanno termine coi seguenti particolari:

« Così per alcuni anni vi ebbero stanza la Pretura della sezione Pendino, una Compagnia della
Misericordia, eretta in Napoli ad imitazione di quella tanto famosa di Firenze, ed una Società evan-
gelica, finché, abbattuto il ritiro dell' Ecce-Homo a Porto per dar luogo a un nuovo mercato ivi
progettato, la monastica famiglia che in quello era racchiusa fu qui nel 1875 trasferita, e nella parte
postica del convento collocata. — Intanto la nuova via del Duomo inoliravasi verso il mare, e
giunta ai Mannesi ed a San Giorgio maggiore, minacciava instantemente il palazzo Como, o piut-
tosto quella parte di esso che costituiva la monumentalità dell'edificio. Per fortuna già da qualche
tempo taluni nostri benemeriti scrittori avevano richiamato l'attenzione del pubblico sul medesimo
e con speciali lavori o inseriti nei giornali o stampati a parte ne avevano fatto rilevare la impor-
tanza storica ed artistica. Primi fra tutti furono Carlo Tito Dalbono (1842) e Luigi Catalani (1842)
i quali sebbene con poca critica abbiano attribuito a questo palazzo certe favolose tradizioni smentite
dalla storia e dai documenti, pure meritano la nostra gratitudine per averlo reso popolare tra noi ~.
Più tardi ne scrissero il Settembrini nel 1*863 e poscia, quando (1879) venne in discussione il
problema che su di esso si poneva del rettifilo della nuova via, parecchi valorosi ingegneri ed
architetti, quali Lylircus (ing. Edoardo Cerillo) nella Gazzetta di Napoli, l'ing. Alberto Pedone nel
Corriere dei Mattino, lo stesso Pedone e Carlo Martinez in un opuscolo a parte, di nuovo il Pedone
negli Atti del Collegio degl'ingegneri ed architetti di Napoli, e contemporaneamente il d'Ambra nel
Roma, il d'Aloe nel Gal/ani, G. de Costei* ed altri che tralascio. E fu allora notevole vedere (cosa non
comune tra noi) l'interesse che tutla la cittadinanza prendeva nella discussione. Parecchie discordi
opinioni si mettevano innanzi, e principali tra esse erano, o lasciare il palazzo nel sito dove stava,
deviando alquanto la via e non curandosi del rettifilo, o inciderlo in parte costruendo un muro cieco
con gli stessi materiali a ricordo del monumento, o traslocare a dirittura tutta la facciata antica

1 Effemeridi della cose fatte per il duca di Cala-
bria di Joampieeo Leosteli.o noi Documenti per la
storia, le arti e l'industria delle Provincie Napoletane

pubblicati per cura di Gaetano Filangieri, pagina 155.

i Carlo Tito Dalbono, Tradizioni popolari. Luigi
Catalani, / palazzi di Napoli,
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