Archivio storico dell'arte — 2.1889

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IL MUSEO FILANGIERI IN NAPOLI

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circonda il capo di codesta Santa Prassede. Dobbiamo dire che nulla in essa ci richiama la mente e la
mano del Luini; riè il tipo del viso, ne il sistema delle pieghe de' panni e nemmanco il carattere del
paesaggio.

Il n. 1466 ci porge pure un grazioso esemplare della pittura lombarda della prima metà del Cin-
quecento. È una Madonnina che tiene affettuosamente tra le braccia il divin Bambino: opera viva-
mente dipinta, nella quale saremmo più disposti a riconoscere la derivazione da uno scolaro di Gau-
denzio Ferrari, che non da quello del cremonese Giulio Campi, come vorrebbe il catalogo. Volendo
poi proporre un nome determinato, il più plausibile ci parrebbe quello di Bernardino Lanino da
Vercelli, il più diretto discepolo del Ferrari.

Fra i Veneti si distingue per forza di colorito una composizione rappresentante la Deposizione,
creduta di Bonifazio, ma che nel suo fare largo ed animato, nella peculiare lucente gradazione
dei colori parrai accenni piuttosto ad altro valente colorista, cioè al Pordenone. Il paesaggio nello
sfondo, colle sue vivide tinte a forti sprazzi di luce, ha un non so che di analogo a quelli dei con-
temporanei pittori ferraresi; cosa che si spiegherebbe forse colla considerazione che il pittore friu-
lano verso la fine di sua vita si portò a Ferrara a prestare i suoi servigi al duca Ercole II.

L'arte del Seicento, oltre che in alcuni graziosi quadretti fiamminghi e olandesi, fa bella mostra di
sé in due tele di Giuseppe Ribeba detto lo Spagnoletto (n.ri 1440 e 1455) entrambe segnate del nome
dell'autore e rispettivamente degli anni 1651 e 1G47. Degna di considerazione massime la prima,
dove è ritratta con grande efficacia l'afflitta penitente Santa Maria Egiziaca in lacere vesti, che ci
è accaduto di vedere altrove riprodotta in accurata incisione in rame. Il riscontro, una testa di San
Giovanni Battista recisa, è parimenti pittura di grande effetto coi suoi forti contrasti di luce e
di ombra.

Un altro gruppo di quadri che non poterono trovar posto sotto le tribune occupa un posto
da sé. È quello che trovasi nella zona superiore, intercalato fra gli armadi a vetro, immediata-
mente sopra il ramo di scala che mette alle tribune. Quivi pure si hanno alcuni capi assai preziosi.
Per verità non sapremmo porre nel novero dei medesimi quello che vi occupa il posto predominante, la
grande tavola cioè a dire della morte di N. S. attribuita ad Andrea Sabatini da Salerno. Ci reca mera-
viglia anzi, che in Napoli, dove si possiedono opere autentiche del più eletto rappresentante locale
dell'arte aurea, rafaellesca, quali sono quelle esposte nel museo Nazionale, nella chiesa di San
Severino, nel vestibolo di quella di San Gennaro de' poveri, si possa tener per opera sua un dipinto
di autore assolutamente più comune e più subordinato, privo affatto della grazia che distingue
Andrea.

Più cospicuo esemplare della pittura napoletana è quello della sottoposta tela, foggiata quasi a
guisa di fregio, esprimente una Allegoria sacra, di mano di Luca Giordano. 1 Questo quadro, il quale,
come osserva il catalogo, al certo dev'essere il bozzetto di qualche grandioso dipinto eseguito dal
fecondo suo pennello, comprende una vasta composizione di ben 37 figure. Cinque di queste si pre-
sentano, come le principali, dominanti i gruppi delle altre. Sono le eroine del Vecchio Testamento,
cioè a dire: Abigaille (che placò lo sdegno di David perchè si piegasse a favore di suo marito), Giu-
ditta, Debora, Ester e la madre de' Maccabei. Lo sfoggio di scorti, di pieghe, di colori abbaglianti
che vi si osserva, giusta il costume del Giordano, ben ne denotano la virtuosità non comune.

Da ultimo ci piace richiamare l'attenzione degli amatori sopra due saporiti ritratti toscani,
quivi collocati ai due lati estremi. 2 Essi sono pervenuti al museo quale dono del cav. Giov. Filan-
gieri, cugino del principe, che li conservava dapprima nel castello di Lapio, in quel di Avellino,
castello che da sette secoli è di casa Filangieri. Ci si offre per prima, appena giunti alla sommità
della scala suindicata, l'effigie di un giovane davanti a un parapetto, sul quale leggesi la scritta:
Ne timeas Ubi ftdus ero bms usque manebo. Forse un pegno di fedeltà lasciato all'amato bene dal
rappresentato, durante una sua assenza? Quanto alle denominazioni degli autori, rispetto ai due
ritratti, dobbiamo ammettere che in tempo più ò meno lontano abbiano dato luogo ad un equivoco,
poiché, come apparisce ad evidenza, non è già quello munito del motto accennato che si qualifica per

l N. 1502: quadro largo m. 2. 35, alto 0,47.

ì Nella sala finora non erano contrassegnati con alcun

numero, ma nel catalago li troviamo descritti sotto in
numeri 1506bis e 1513*>is.
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