Archivio storico dell'arte — 2.1889

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QUADRI DI MAESTRI ITALIANI NELLE GALLERIE MINORI DI GERMANIA

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coloritura molto varia e stonata, credo di poter proporre senza esitazione il nome dell'artista: esso
non è nè Bartolo di Predi, come credette il Waagen, nè Spinello Aretino come dice il catalogo;
ma è invece Niccolò di Pietro Gerirli, quel pittore abile ma superficiale del quale ci sono conser-
vati alcuni affreschi a Pisa ed a Prato. L'altro dipinto invece (n. 1116), in cui sono rappre-
sentati in due scompartimenti V Esposizione al tempio e la Deposizione, potrebbe prestarsi a più
d'una ipotesi. Ch'esso tradisca l'influenza di Giotto risulta a prima vista, giacche le composizioni
sono riproduzioni libere delle stesse scene che si vedono nella chiesetta dell' Arena di Padova.
Come in quest'ultime, cosi anche nel quadro della collezione di Bonn si rivela un sentimento vero
e profondo unito ad una manifesta abilità nel dipingere. -In pochi quadri fiorentini della scuola
di Giotto si trova tanta ricchezza e forza di colore; come non vi si vede il modo di trattare le
carni, i bianchi che si staccano arditamente sull'incarnato di una forte Unta rossa. Però i tipi delle
teste e le proporzioni slanciate delle figure mostrano una grande analogia coi primi lavori di Giotto
conservati nella chiesa superiore di Assisi. Ecco in breve tutto quanto si può dire intorno allo stile di
questi quadretti; se poi essi sieno stati dipinti a Firenze o nell'Italia settentrionale e forse in Pa-
dova, oppure nelle Marche, e chi ne sia l'autore, non oso asserire.

Mi sembrano invece certamente provenienti dall'alta Italia le due figure di S. Agostino e di
S. Gregorio dipinte su l'ondo d'oro (n. Ili, 37) che il catalogo dice eseguite nella maniera di Spi-
nello Aretino. Si potrebbe piuttosto pensare ad un artista quale il Guariento.

Questi ultimi dipinti appartengono già alla fine del Trecento. Ora ci troviamo al principio
del secolo xv con un interessante quadro che è senza dubbio d'origine fiorentina (n. 1066); è una
grande tavola d'altare che nella distribuzione delle sue parti ci richiama alla mente quei più an-
tichi quadri dedicati alla memoria di san I-Francesco d'Assisi. Nel mezzo si vede, dipinta su fondo
d'oro, la grande figura di S. Bernardo in cotta bianca, che tiene nelle mani un libro e il pasto-
rale; una figura giovanile con grandi occhi bruni dall'espressione ingenua e quasi infantile. A cia-
scuno de' suoi lati si trovano tre scene della sua vita: la vestizione, Maria che raccomanda le due
regine, l'apparizione della Vergine, la predica, la Madonna che appare alla sua bara, la benedi-
zione del cadavere. Il forte fono bruno, la coloritura cupa e carica, le figure dalle proporzioni
larghe, alquanto tarchiate, coi volti brevi e dai lineamenti un po' grossolani, dimostrano che l'ar-
tista vide e studiò le opere di Masolino e di Masaccio. Però una certa esitazione neh'applicare i
nuovi principii introdotti dai due maestri fa credere che sia non un loro successore o scolaro, ma
un loro contemporaneo, che in parte segue ancora l'indirizzo dell'arte anteriore; egli si potrebbe
quindi confrontare con quell'artista che dipinse nel cortile della Badia di Firenze le scene della
Vita di S. Benedetto. Ad ogni modo, nelle ricerche intorno allo sviluppo dell'arte in Firenze al
principio del Quattrocento, merita pieno riconoscimento siccome artista di vero talento.

Lo stile di un altro grande artista di questo tempo, precursore del Pinturicchio e del Perugino,
cioè Gentile da Fabriano, è rappresentato nella collezione di Bonn da tre pezzi che in origine appar-
tenevano ad un solo altare (ri. 1150 e 1161). Nel catalogo sono registrati come lavori di scuola
veneziana del principio del secolo xv, e dal Waagen furono ritenuti appartenenti alla scuola di
Padova e della seconda metà del secolo stesso. La prima tavola, un dittico, rappresenta in piedi
in una nicchia a conchiglia di color grigio, i santi Pietro e Paolo; nell'altra, (che è un frammento)
vedesi il busto di S. Girolamo, che porta in mano il modello di una chiesa. Già quest'ultima, che
nella cupola e nel campanile ricorda il S. Marco di Venezia o il S. Antonio di Padova, permette
a chi esamina il quadro di riportarne l'origine a Venezia. Ma per ciò deve anche dirsi che il pit-
tore sia veneziano? Certamente vi furono in quella città dei pittori che si presero a modello l'arte
di Gentile da Fabriano; anzi si può dire che questo grande maestro, così ricco di fantasia, abbia
esercitato un'influenza veramente decisiva sul primo sviluppo della pittura veneziana; ma invano
si cercherebbe un pittore nei cui lavori si veda cosi chiaramente espresso lo spirito del maestro
umbro, come nell'autore di questi dipinti. Basti confrontare le pitture di Iacobello del Fiore e di
Michele Giambono, per non parlare delle opere di Iacobello di Bonomo, pittore! anteriore, a Sant'Ar-
cangelo presso Rimini. L'unico quadro che già dal Crowe e dal Cavalcasene fu con ragione notato
come analogo al nostro, è la tavola d'altare con figure di santi in S. Francesco a Pesaro. Se non
che io vorrei chiedere, se non possa essere che Gentile stesso abbia dipinto i tre santi di cui par-
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