Archivio storico dell'arte — 2.1889

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HENRY TI IODI?

liaino nella collezione di Bonn. Il primo sguardo dato alle teste di san Paolo e di san Pietro potrebbe
farcene dubitare; però, esaminandole più attentamente, si vede come appunto le due teste, nonché le
mani, sieno fortemente ritoccate, e che originariamente devono essere state come la testa di san Ge-
rolamo che è rimasta intatta, la quale, dipinta con un colore fluido, con le carni d'un tono rossiccio
e i chiari di color bianco, richiama perfettamente alla mente la maniera di Gentile da Fabriano. Si
osservi inoltre la particolarità dello sguardo rivolto in alto negli occhi del san Pietro, lontani l'un
dall'altro e semiaperti; particolarità che ricorre così spesso nei quadri di Gentile: si guardino le
vesti che ricadono in morbide pieghe, con i begli orli dorati adorni di iscrizioni gotiche; i delicati e
splendidi colori, fra i quali sono specialmente caratteristici l'azzurro carico, il rosso ciliegia traspa-
rente, il giallo chiaro, il violetto tendente al grigio, e in tutto ciò si troverà la più grande analogia
con le opere di Gentile. Anche la diligenza, e nello stesso tempo la libertà della coloritura accen-
nano a questo maestro. Oppure bisognerebbe ammettere ch'egli abbia avuto in Venezia uno scolaro,
del resto sconosciuto, che seppe appropriarsi lo stile del maestro in modo da poter gareggiare col
medesimo. A me sembra molto più naturale il supporre che in queste tavole, che provengono
dalla collezione Solly, debbano vedersi gli avanzi di una pala d'altare eseguita da Gentile a Venezia
durante il suo soggiorno colà; e del resto ci è noto che, oltre alle pitture sulle pareti del palazzo
ducale, egli dipinse anche quadri per chiese, come per S. (Hiiliano e per S. Felice.

Nominiamo qui addirittura anche l'unico quadro che nella collezione di Bonn rappresenti la
scuola veneziana posteriore. E attribuito a Jacopo da Valenzia, mediocre scolaro dei Vivarini, di
cui ci sono conservati alcuni quadri firmati di nessuna importanza, e rappresenta in mezza figura
Maria che adora il bambino, il quale giace su d'una balaustrata innanzi a lei. Il fondo è formato da
una parete, nella quale una finestra lascia vedere un piccolo pozzo di paesaggio. Sembrami che
nel disegno il dipinto sia perfino troppo buono per l'artista al (piale è attribuito; però il dare un
giudizio definitivo è reso difiicile dal fatto che il colore originale è interamente scomparso. Tut tavia
si può dire con certezza che i tipi corrispondono perfettamente a quelli di Alvise Vivarini: è quindi
certo che si tratta, se non di un quadro rovinato dell'artista stesso, almeno di una imitazione nella
quale egli fu preso a modello.

Ritornando ora all'arte dell'Italia media, troviamo la pittura fiorentina del Quattrocento rap-
presentata da soli tre quadri, veramente non molto notevoli. Uno di essi, un Cristo seduto sul-
l'erba sostenuto da un angelo e adorato dai due santi Francesco e Girolamo inginocchiati (n. 1125),
è attribuito dal catalogo ad un imitatore di Filippo Lippi. Senonchè in questo quadro molto povero
di colore, debole, grigio-verdastro, sembrami di vedere, piuttosto che l'influenza di Filippino, quella
di Sandro Botticelli; e di fatti il san Girolamo è ispirato da quello dell'affresco di questo maestro
in Ognissanti, e in molti lavori del Botticelli si può vedere il modello dell'angelo. Di questo artista
che risente l'influenza del Botticelli, e il cui nome non importa gran fatto di ricercare, mi ricordo
d'aver veduto anche altri lavori, senza però prestarvi speciale attenzione.

Migliore e più attraente, sebbene anch'essa non sia opera di un artista di primo ordine, è una
tavola notevole per il paesaggio ricchissimo e molto colorito, in cui sono rappresentate varie scene
delle Vite di santi (n. 1139). Innanzi ad un'alta rupe bruna, sulla quale parecchi eremiti sono
raccolti intorno ad un crocifisso, sta inginocchialo san Girolamo con la pietra in mano e il leone
accanto. Più lontano a sinistra vedesi ritiro, legato ad un albero, san Sebastiano, mentre i. mani-
goldi che lo tormentarono si sono già allontanati. Di dietro, a metà del quadro, san Rocco cam-
mina per la sua strada, e a destra, a qualche distanza, si scorge l'angelo verso il quale corre a
rifugiarsi il piccolo Tobia inseguito da un pesce. Nel fondo si stende il mare bianco scintillante,
circondato da monti azzurri; sul fondo del cielo spiccano gli alberi finemente disegnati a semplice
contorno, ma molto schematicamente; sul terreno uccelli e animali d'ogni specie. Vi si vede un
pittore che accumula in varia quantità i motivi, senza averne mai abbastanza; e la stessa osser-
vazione si può fare intorno ad un dipinto esistente nella collezione dell'Università di Gòtfingen.
Una volta il quadro portava il nome del celebre .Andrea del Castagno; ma già nel catalogo di
Berlino del 1883 questo nome fu tralasciato e si ritenne sufficiente ascrivere la pittura alla scuola
fiorentina, (issandone l'epoca circa nel 1450. Presentemente è attribuita alla scuola di Domenico
Ghirlandaio; e in vero non è fàcile proporre il nome di un artista ben determinato, giacché vi
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