Archivio storico dell'arte — 2.1889

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DOMENICO «NOLI

Porsenna, un complesso di basamenti e di guglie formanti piramide; 1 nelle scene raffiguranti strade
o piazze di città antiche, s'incontrano frequenti l'obelisco e la piramide o mela, come la chiamavano ;
nelle piante, prospettiche di Roma grandeggiano sempre la piramide di Cajo Gestio e specialmente la
meta Romuli in Borgo, di cui Raffaello nella sua lettera a Leon X lamenta d'aver veduto l'ultima
distruzione. Basta aprir l'opera del Panvinio, De ludis circensìbus, per trovare, lungo la spina
dei circhi, delle forme incerte tra la piramide e 1' obelisco, sorrette agli angoli da quattro palle,
o dadi o sostegni d'altra forma, come costumarono talora anche gli antichi nell' obelisco vaticano
e in altri.2 La piramide doveva apparire, come poi di nuovo nel risveglio classico del Canova, la
forma sepolcrale più solenne dell'antichità, e perù non è maraviglia che in quella febbre di rinno-
vamento classico essa tornasse in onore.

Alla tomba del magnifico Agostino, che aveva nel Suburbano di Trastevere rinnovalo il
fasto della villa romana, non poteva convenire la comune sepoltura dei prelati distesi sull'urne
nò l'uso volgare del marmo bianco. Poiché la religione e il costume non permettevano il mau-
soleo a cielo aperto, conveniva erigere un sacello tutto coperto di marmi, e addossare alla parete
la forma del monumento classico, la piramide, e che non vi entrasse altra materia fuori che il
bronzo ed i marmi misti navigati sulle triremi romane dalle cave d'Africa e d'Asia. Il rivestire
la cappella e il sepolcro di marmi antichi, fu novità splendida e degna d'Agostino il Magnifico.
Le cappelle crebbero poi a tal grandezza e a tal fasto con quella di Sisto e di Paolo V a S. M.
Maggiore, e si fece in ogni parte tal profusione di marmi e di bronzi, che la cappella del Popolo
è rimasta per grandezza e magnificenza assai addietro a non poche altre; e la forma della piramide
è stata poi talmente abusata, che il monumento d'Agostino a noi par cosa ordinaria: quantunque,
rimesso a posto il rilievo di bronzo, e imaginando sotto al medaglione la cartella dorata che doveva
esservi, si giudicherebbe anche oggi ricco e riguardevole. Ma riportandoci a quel tempo, è naturale
che per la novità della forma e per la ricchezza della materia, fosse ritenuta una meravigliosa
sepoltura.

Che la cappella del Chigi sia opera di Raffaello, non è cosa di cui possa dubitarsi, nonostante che
non lo creda il Létarouilly, il quale aveva la fisima di attribuire al Peruzzi tutte le belle archi-
tetture, e che altri abbia voluto attribuirla ad Antonio da Sangallo senza buon fondamento.3 Lo
afferma esplicitalamenfe come abbiam visto, in tre diversi luoghi il Vasari, lo conferma lo stesso

1 Meriterebbero uno studio speciale i tentativi di
Antonio da Sangallo, Baldassarre Peruzzi od altri, per
ricostruire i sepolcri di Mausolo e di Porsenna. Fra i
disegni della galloria degli Uffìzi co n' è un liei numero
del Sangallo, alcuno dei quali finito e acquarellato. Nel
disogno 1042 è la sola piramide, con questo parole: Io
o vinto la medaglia fare così colla piramide, solo con....
(/radi oltre alla base. Nel 1209 si leggo: Di porsena
secondo plinto per le parole di m. varrone. Il disegno
240 è una ricostruzione del Mausoleo, d'ignoto autore,
c vi è la descrizione su cui è stata fatta. Mausolei
descriptio ex plinìano codice vetustissimo in bibliotheca
vaticana. Il Peruzzi ha disogni e pianta del sepolcro di
Porsenna al n. 634. A questa e simili gare, che proba-
bilmente avevano una delle sedi principali presso il
Chigi, non era certo estraneo Raffaello, che non la
cedeva a nessuno nella passiono dell'antico.

2 Nel disegno della galleria degli Uffizi sognato 478,
631, che è dì mano di B. Peruzzi, sono disegnati i so-
stegni dell'obelisco vaticano e di quelli del circo di
Caracalla e dol mausoleo d'Augusto. Egli immagina
stranamente che questi ultimi (che a suo tempo gia-
cevano a terra) posassero su quattro teschi. Obelischi

con sostegni di varie formo vedonsi puro nella Hyp-
nerotomachia Poliphili (1467).

3 II disogno dì cui discorrono- gli annotatori del
Vasari (Voi. IV, p. 368, n. 2) conservato nella galloria
degli Uffizi, e che oggi è segnato col numero 168,
quantunque porti la leggenda, postavi da non so chi,
Capella di Agostino Othigj eh' eh nel Popollo a Roma,
contiene la pianta, non già della cappella Chigi, ma della
chiesa di S. Maria di Monserrato, o meglio di quella
di Santo Spirito, delle quali fu autore il Sangallo. Lo
parole locho p. lo spitale possono riferirsi cosi all'una
come all'altra chiesa, non però alla cappella del Popolo.
Perciò la nota sul modo di voltare la cupola, che è di
mano del Sangallo, non si riferisce alla cappella Chigi :
basta osservare, col Geymùller, che in questo foglio il vano
della cupola è indicato nella misura di palmi 88, mentre
quello della cupola nella cappella Chigi no ha circa 33.

La pianta della cappella Chigi segnata col n.° 165
è di mano di Raffaello, come ben dimostra la scrittura
delle misure, e specialmente la lettera p che è caratte-
ristica, e vi è ripetuta ben nove volte. ( Geymùi.i.er,
Gazette des Beaux-Arts, 1870, p. 90 e Raffaello come
architetto, p. 44 ). Un' altra pianta, anch'essa, come la
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