Archivio storico dell'arte — 2.1889

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LA SEPOLTURA D'AGOSTINO CHIGI

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Agostino Chigi nel suo testamento, lo riconferma il trovarsi nella galleria degli Uffizi a Firenze
una pianta della cappella di mano di Raffaello: con tutto ciò concorda la struttura affatto bramantesca
della cappella e della cupola, derivata, come la chiesa di Sant'Eligio, dal progetto di Bramante per la
basilica di San Pietro. Nè meno esplicito è il Vasari riguardo alla sepoltura: la quale se, almeno
nella massima parte, fu eseguita dopo la morte di Raffaello e d'Agostino, sarebbe però assurdo il
pensare che, essendo questa la parte principale e la ragione dell'aver edificato la cappella, non
se ne fosse prima stabilito il disegno. Dimostrato dunque che il mausoleo quale oggi esiste è lo
stesso eseguito da Lorenzetto, non può cader dubbio sull'autore di esso, per quanto possa parer
strano di dover restituire a Raffaello un' opera attribuita fino ad oggi al Bernini.

E ciò riceve una conferma inaspettata dal mezzorilievo di bronzo che ora è sotto Fallare e
che, come abbiam veduto, era già in mezzo al basamento del mausoleo d'Agostino. Quest'opera di
Lorenzetto, rappresentante Gesù e la Samaritana, che per la sua tinta nera e per la cattiva luce
in cui è posta si vede appena ed ò passata pressoché inosservata, son lieto di poterla presentare
per la prima volta agli amatori d'arte. Gesù, seduto presso il pozzo, parla agli apostoli che tornano
dalla città riportando cibi e bevanda, e gli dicono: « Maestro, prendi un po' di cibo».; mentre dall'altra
parte la Samaritana torna anch' essa dalla città, guidando il popolo curioso di vedere il profeta.
Tutte le forme tradizionali dell' arte cristiana sono state messe da parte, sicché pare di trovarsi
avanti ad una antica scultura; e bene si riconosce in quest'opera il Lorenzetto di cui parla il Vasari,
che primo prese a racconciare e restaurare statue ed altre anticaglie nei palazzi dei signori.
Notevolissima è la figura elegante della Samaritana che campeggia nel mezzo; e nelle forme elette,
nel movimento, neh' atto delle braccia, nello svolazzo del manto e nel lembo che ricade dalla
mano sinistra, è una baccante a cui manca il tirso, o meglio una delle greche divinità che girano
intorno all'ara dei numi. Nò meno schiettamente antica è la donna uscita dalla porta della città,
e tutte le figure, classicamente drappeggiate, danno al bronzo l'aspetto d'un antico bassorilievo. Ma
per poco che si osservi la composizione perfettamente equilibrata, il modo di raggrupparle figure,
le teste e gli atteggiamenti caratteristici ben noli per gli Arazzi e le Logge vaticane, non si può
dubitare di trovarsi innanzi a un disegno di Raffaello. Lorenzetto, il quale, lasciato a se stesso,
non fu che mediocre scultore, non ha fatto che tradurre nel bronzo la composizione del maestro ;
il quale è così presente nell'opera, da indurre a credere che il modello sia stato fatto lui vivo e
sotto i suoi occhi, se pure non è più credibile che la sua mano non sia estranea al lavoro. Nella
cappella del Popolo egli voleva mostrarsi artista compiuto dando prova di sè nell'esercizio delle
tre arti; e se modellò egli stesso la statua di Giona, e lo stesso certamente, se non gli mancava la
vita, avrebbe fatto delle altre, tanto più è da credere che attendesse da sè a fare il modello del
bronzo che doveva ornare la sepoltura del suo protettore ed amico. Ad ogni modo, è notevole
questa fusione di raffaellesco e di antico bassorilievo, che dà al bronzo un carattere singolare.
L'arte paganeggiante nel Vaticano, trovava però là dentro un qualcbe freno alle sue tendenze
ne' doveri imposti dal luogo: sotto la protezione d'Agostino il Magnifico, nel suo giardino subur-
bano e nella cappella del Popolo, essa torna all'antico senza ritegno; il Padre Eterno della
cupola si è convertito in Giove Ottimo Massimo, e guarda dall'alto Mercurio, Marte, la stessa
Venere, tutti gli dei rientrati nel tempio, sotto il pretesto dei segni dello zodiaco, e splen-
denti nel mosaico della cupola; la tomba d'Agostino è la piramide, e nel basamento, la Sama-

precedente, su carta quadrellata, o segnata col n.° 169,
non ha misure nè lettere, fuorché queste parole: Cappella
del populo de Agostino gisi, certamente di mano d'An-
tonio da Sangallo. Le due piante differiscono alquanto
tra loro, specialmente nell'ingresso, e la seconda si avvi-
cina più al progotto quale è stato eseguito. Il trovare
questa pianta con una leggenda del Sangallo, non può
fare alcuna meraviglia a chi sappia il modo che soleva
tenersi nello stabilire l'architettura de' più importanti
edifici. Sappiamo dal Vasari che Bramante si trovò, con

altri eccellenti architettori, ai consigli tenuti per le fab-
briche del palazzo di San Giorgio, di San Giacomo degli
Spagnuoli, e della chiosa dell'Anima. E dunque ben
naturale che il Chigi, venuto in animo di costruire una
cappella di magnificenza romana, non trascurasse di sen-
tirne il consiglio del Sangallo, come forse del Peruzzi
e d'altri. Del resto, Raffaello faceva bensi disegni
d' architettura, ma è probabile che non s' occupasse lui
della costruzione, e perchè non era suo mestiere, e
perchè d'altro lavoro ne "aveva anche troppo.

Archivio storico dell'Arte - Anno I. Fasi;. VIII-XI

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