Archivio storico dell'arte — 2.1889

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RECENSIONI E CENNI BIBLIOGRAFICI

molti esempi, tratti segnatamente dagli affreschi della
parete destra, elio godono sopra gli altri del vantaggio
di non esser mai stati toccati dal pennello do' restau-
ratori, e noi quali egli ha riconosciuto per il primo la rap-
presentazione di scene della vita di S. Ambrogio, quali
co le narra già il suo diacono S. Paolino e sono puro
state accolte nella Leggenda aurea. In quanto al modello
che il pittore segue nella composizione e nel trattamento
del colorito, l'autore trova che i suoi freschi s'avvicinino
non a opero fiorentine di simil genere, ma bensì a pado-
vane (affreschi dell'Altichieri nella capp. S. Felice) e
a veronesi (pitture nella torre di S. Maria della Scala),
e perciò li crede influenzati dalla pittura veronese sulla
fine del trecento. Specialmente addita una serio di sin-
golarità caratteristiche nei vestimenti, nella raffigura-
zione dei personaggi, visti da tergo o in iscorcio e montati
a cavallo, nella minuta esecuzione dei particolari della
natura viva o morta, nella prospettiva aerea del paesag-
gio (nel grande affresco della Crocifissione sulla parete
di fondo), — tutti indizi, nei quali si scorge l'imitazione
ancora dura e timida sì, ma manifesta, della fino con-
cezione naturalista del Pisanollo. La questione poi, corno
mai Masolino abbia potuto conoscere il suo modello, si
spiega naturalmente, poiché sappiamo che il Pisanello
fu incaricato, dopo la morte di Gentile da Fabriano, di
terminare gli affreschi che questi aveva incominciato a di-
pingere nel Laterano. Siccome Gentile mancò di vita nel
1428, la venuta del Pisanello a Roma non sarà accaduta
prima di questo termine; e ch'egli nel 1432 avesse già di
certo finito il suo lavoro nel Laterano, vion stabilito per la
lettera di salvacondotto, tostò ritrovata, la quale ai 26
luglio 1432 gli fu rilasciata dalla curia pei suoi viaggi
che stava intraprendendo per l'Italia (vedi « Mitthcil-
ungen des Instituts fùr òstreich. Geschichtsforsehung »,
volume V. pagina 441. Anzi, l'ultima paga che il Pisa-
nollo riceve per le pitture in questiono, data dal lu-
glio 1431).

Le date testò fissate forniscono pure un argomento
di più, por persuadersi che Masaccio non può esser
l'autore degli affreschi di S. Clemente: questi ultimi non
possono esser un' opera giovanile del maestro, anteriore
allo pitturo della cappella Brancacci, poiché in questo caso
sarebbero stati eseguiti prima del 1422, a un'epoca cioè
in cui gli affreschi nel Laterano che loro servivano di
modello, non esistevano neppure. So all'opposto si ri-
guardino come ultimo lavoro del maestro, non ci sa-
rebbe posto per la loro esecuzione se non fra il compi-
mento dello pitture nel Cannine e la sua morto,
cioè durante l'anno 1428. In questo caso Masaccio do-
vrebbe aver seguito il Pisanollo subito dopo il suo ar-
rivo a Roma, e dovrebbe aver lavorato subito dopo le
grandi composizioni della cappella Brancacci collo loro
maestoso figure, coi loro grandiosi e poderosi gruppi,
le sciolto, graziose scene e le figure sentimentali della
cappella di S. Caterina; — supposizione che, visto il con-
trasto enorme, e so si consideri il breve spazio di tempo
e il carattere e l'età dell'artefice, paro addirittura inam-

missibile. — All'opposto non c'è nessun argomento che
ci vieti di ammettere, che Masolino abbia potuto assi-
milarsi in tal modo i motivi di composizione e lo forme
di un altro maestro. Solamente bisogna metter questa
fase della sua evoluzione artistica non prima, ma dopo
l'esecuzione delle pitturo in Castiglione d'Olona (1428-35),
poiché in queste non si scorge ancora nessun segno del-
l'influenza del Pisanollo, per quanto appalesino lo sviluppo
dallo stile primordiale o legato, all'intiera libertà dei mo-
vimenti, — non discostandosi però dalla maniera propria
dell'artista e senza accogliere e assimilarsi elementi così
eterogenei, come li riscontriamo negli affreschi di S. Cle-
mente.

Assegnando dunque a questi ultimi una data poste-
riore di quelli di Castiglione, resterebbe ancora a pro-
vare se, per fissar esattamente l'epoca della loro esecu-
zione, non si potesse trar qualche schiarimento dalla
storia del titolo cardinalizio della chiesa, nella quale
essi si trovano. Fin ad ora so n'è creduto committente
Branda di Castiglione che (contemporaneamente con Ga-
briele Condulmer) dal 1411 al 1431 era in possesso del
titolo di S. Clemente, e pel quale Masolino aveva pure
eseguito lo pitturo di Olona. In quanto alla cronologia,
non ci sarebbe ostacolo; solo in questo caso, tenuto
conto della evoluzione artistica di Masolino, quale l'ab-
biamo supposta, le pitture in questione si dovrebbero
assegnare ad un'epoca (dopo il 1435, cioè dopo l'esecuzione
di quelle a Olona), in cui il cardinale Branda non aveva
più relazioni stretto colla chiesa di S. Clemente. Però
ima obbiezione essenziale contro lui, come committente,
ci viene dal suo procederò contro la liturgia di S. Am-
brogio, elio rivola poca devozione verso il patrono della
sua patria Milano, e che dietro il racconto del Cirio 1
mirava a niente altro, se non ad escluderla dal ceri-
moniale ecclesiastico, usato colà, e a sostituirlo il
rito romano. Nutrendo sentimenti simili verso il santo,
che cagione avrebbe egli avuto di farlo glorificar
nel cielo degli affreschi di S. Clemente? — Come
il Branda, così pure i suoi successori Ugo di Lu-
signano e Frane. Coldulmer (1431-45) sono esclusi
comò committenti delle pitture in proposito : il primo
non tenne il titolo di S. Clemente se non per pochi mesi,
il secondo stava assente da Roma presso a poco tutto
il tempo del suo cardinalato, e inoltre manca in lui
ogni relazione coi soggetti rappresentati. Resta ancora
il quarto successore del Branda, Enrico de Allosio
(1440-1450). Di tutti i titolari della chiesa egli ha le
più strette relazioni con essa; tra tutti egli solo è ivi se-
polto; a lui accennano pure le rappresentazioni, tolte
dalla leggenda di S. Ambrogio, poiché egli era arcive-
scovo di Milano, a cui ben conveniva di consecrar nella
chiosa del suo titolo una memoria monumentale al ce-
lebro suo predecessore. Questa supposizione si ac-
corda pure colla durata della vita di Masolino; poiché
— seppure quel Tommaso di Cristofano sotterrato a'

'■ Storia di Milano, P. V. p. 34.
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