Archivio storico dell'arte — 2.1889

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388 MISCELLANEA

personale, alla quale l'opera più s'avvicina, por aggirai- getto all'influenza del suo modello, ce lo dimostra appunto

gere un altro illustro nome al Cambio di Perugia. il nuovo quadro di Monaco: i suoi primi lavori, la grande

Fortunatamente la statuetta figulina ci parla da sè. tavola del duomo di Pistoia, por esempio, e la piccola

E un'opera — benché finora sconosciuta — di Benedetto Madonna della galleria di Dresda, paiono addirittura de-

da Majano. Basta il confronto delle figure allegoriche terminati da Leonardo. Ma appunto gli accennati più

nel pulpito di S. Croco in Firenze o della Madonna squisiti prodotti del pennello di Credi provano, per la

dell' Ulivo in Prato, o della Madre di Dio, in vaghissimi straordinaria distanza che li separa dalla Madonna dì

colori, nel museo di Berlino i. E ben vero che la testa della Monaco, che questi non abbia potuto nò immaginar nò

Giustizia non ha l'espressione tanto amabile e graziosa;
ma bisogna ricordarsi che la statuetta non era destinata
per Firenze e che anche Benedetto da Majano, lavo-
rando, non dava sempre il meglio che poteva. Se ne vedo
un esempio nella tomba di S. Bartoldo in S. Agostino a
San Gimignano, dove proprio nelle figure allegoriche si
trovano arie di testa poco animato, un certo che di
vacuo ed incerto. E come quelle, anche la Giustizia del
Cambio è un'opera dell'ultimo periodo del maestro, però
in tutto caratteristica di Benedetto da Majano.

A. Schmarsow

1 Pare molto verosimile, che Benedetto da Majano fosse l'arti-
sta a cui Domenico del Tasso procurava l'allogazione della sta-
tuetta, perchè Domenico stesso poco prima aveva da finire nel
duomo di Perugia un'opera di legname cominciata del fratello di
Benedetto, Giuliano da Majano, morto nel 1490. (v. Cicerone p.
1 ;6, secondo Ad. Rossi, Lavori e maestri di legname in Perugia).

eseguirla nelle sue parti essenziali. La castità nella con-
cezione, la finitezza nella riproduzione della natura, il
chiaroscuro delicatissimo e la fine combinazione dei colori,
insieme col caratteristico loro trattamento, in quanto alla
tecnica pittorica, tutte queste qualità ci costringono ad
assegnarla al grande maestro stosso.

C. DE FABRICZY

Riparazione alla pala d'altare attribuita
al Mantegna nella chiesa del Torresino a Cit-
tadella. — E un quadro in tavola, pregevolissimo, che
ha tutti i caratteri della scuola del Mantegna : rappre-
senta Cristo deposto nel sepolcro e consta di otto figure,
cioè del Cristo disteso di profilo nella tomba, di Maria
in piedi nel mezzo del quadro, di S. Maria Maddalena,
di Giuseppe d'Arimatea, e di altre quattro pie donne.
Il doloro calmo e profondo della Vergine, il dolore più
forte, ma più esteriore e quindi vivacemente espresso,
Un quadro di Leonardo da Vinci, fin qui delle altre &«*T6> è benissimo reso ne' volti e negli at-

sconosciuto, è stato esposto, non ha guari, nella regia
pinacoteca di Monaco. Scoperto, poco tempo fa, in
una città della Germania meridionale in occasione
di una vendita all'asta pubblica, fu acquistato a vii prezzo
(perchè non se ne sospettava l'autore) da un nego-
ziante di cose d'arte, e venduto - s'intende - con buon
aumento al detto museo. Questo, dopo averlo fatto ripu-
lire dal rinomato suo ristoratore A. Hauser, si trova ad
aver arricchito con esso i suoi tesori d'un capolavoro
d'inaspettato pregio. La tavola non è di grandi dimen-
sioni. Rappresenta la Madonna col divin pargolo nelle
braccia in mezza figura poco minoro del naturale, seduta
in una stanza dalla cui finestra si apro la vista su
d'un paesaggio montuoso. Accanto alla Madonna si
vede un mazzo di fiori in un vaso. Pare che il quadro,
ritrovato cosi inaspettatamente, sia una delle prime pro-
duzioni del gran pittore. Il tipo della Vergine è conge-
nere alla testa del celebre disegno nella raccolta degli
Uffìzi. Il panneggiamento, il colorito e parimenti il dise-
gno delle mani e dei fiori rammentano molto la grande
tavola dell'Annunziata negli Uffizi. Alcune parti del no-
stro quadro, come il divin putto maestrevolmente deli-
neato, paiono incompiuto ; altre, come segnatamente il
paesaggio, sono di una finitezza scrupolosa, che si avvi-
cina quasi alla minuzia. Questa circostanza ci induce a
presumere che Leonardo abbia abbandonato anche questo
dipinto - come la più gran parte de' suoi lavori - mezzo
terminato o che il suo condiscepolo Lorenzo di Credi

l'abbia poi finito. In che grado quest'ultimo fosse sog- | L'uno abbraccia gli anni 1426 e 1427; l'altro gli anni

teggiamenti. Il fondo è montuoso.

Tale pittura aveva mólto sofferto; in alcune parti vi
era caduto qualche pezzo di mestica e di colore, in altro
il colore si era sollevato. Ora, da poco tempo se ne è
compiuta una felice riparazione, mercè la quale, senza
nessun impiastricciamento di tinte nuove, come pur trop-
po s'è usato o si usa ancor fare da alcuni restauratori
in Italia, s'è rassicurato tutto il colore antico, ed il
quadro può dirsi ora rimesso in buono stato, perchè non
falsato da ridipinto.

E. A.

Codici acquistati dalla Certosa di Pavia.

— Avvenne da poco tempo la cessione alla Certosa di
Pavia, dalla Biblioteca Universitaria di quella città, di
tre codici importantissimi per la storia dolla Certosa
stessa, alla quale già avevano appartenuto.
Essi sono:

1° Diario delle cose avvenute alla Certosa di Pavia
dal 13 gennaio 1C55 al 14 agosto 1769 (Cod. cartaceo
in 4°; 36 della Raccolta Ticinese).

2°. Giornale dello spese fatte per la Certosa di
Pavia dal 1445 al 1450 (276 della Raccolta Ticinese).

3° Le consuetudini dell'Ordino certosino (130, B.,
9 del fondo Aldini).

Contemporaneamente il Governo comperò dal signor
Ulrico Hoepli di Milano altri tre codici riguardanti le
sposo fatte dal monastero intorno al mirabile tempio.
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