Archivio storico dell'arte — 2.1889

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LA GALLERIA DEL CAMPIDOGLIO

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quadro Cristo e VAdultera, attribuito a Gaudenzio Ferrari, sono altre povere imitazioni di dipinti
del Garofalo.

Di Ferraresi, del fiorente periodo del Rinascimento, la galleria non possiede che un Ritratto
di giovinetta, assegnato a Giovanni Bellini, e che invece, verosimilmente, è opera di Ercole
Grandi (n. 207). È volta di tre quarti verso sinistra, e guarda melanconicamente a destra. Ha i
capelli rossicci coperti da una reticella, al collo una collana d'ingranate poliedriche, il corpetto
rosso, le maniche trinciato, una mantellina scura. La gentile testina spicca su una parete verde,
e a sinistra si apre la veduta di un paese, con alberi di una tinta rossastra nel dinanzi e una
pianura azzurrina e monti azzurri (Tav. I, 2). L'attribuzione al Grandi, già giustamente suggerita da
Crowe e Cavalcasene, acquista verosimiglianza dalla considerazione del paesaggio azzurrino, della
mano con le dita ravvivate di rosso, come ne' seguaci del Costa e del Francia ; del volto al-
lungato, con colori chiari, come di osso: della modellatura a piani semplici: della finezza dei
particolari.

Dopo questi saggi' della prima metà del Cinquecento, la galleria capitolina ci mette innanzi
le opero di un pittore ferrarese della Decadenza, di Ippolito Scarsellino, che ancora tiene una
certa vivezza anche di colorito. Quantunque fortemente oscurato, il quadretto rappresentante l'Ado-
razione dei Re Magi (n. 50) si dimostra eseguito con accuratezza, ed è piacevole per quei suoi
sbattimenti di luce sui manti di rosso e giallo vividi. Probabilmente allo Scarsellino appartengono
altri quadri della galleria, in cui si rivela ancora sotto all'influsso del Veronese e del Bassano. Forse la
Discesa dello Spirito Santo (n. f 97), dipinto attribuito a Paolo Veronese, e da nefandi restauri reso
nerastro ferrigno; e i tre quadri attribuiti al Bassano (n. 115, 118, 222), di eguali dimensioni. Simile a
questi, colorita nello stesso modo, è la Fuga in Egitto (n. 151), anche nel cartellino apposto al
dipinto indicata per opera dello Scarsellino.

Di pittori dipendenti dalla scuola ferrarese, la galleria non contiene che due quadri, l'uno
attribuito a Bartolomeo di S. Marco, l'altro a Francesco Francia. Quello non è Bartolomeo di
S. Marco, e rieppure un'maestro che tenga con lui qualche comune tratto fisionomico: è Francesco
Francia in persona, ma mascherato nel Seicento. Il quadro raffigura la Presentazione ai tempio
(ri. 27), ed è certo opera di Francesco Francia, di cui vedesi il consueto tipo della sant'Anna, come
ad esempio nel quadro della Sacra Famiglia della Galleria Nazionale di Londra, e particolari pro-
pini delle sue figure: tali ad esempio le pieghe lunghe e parallele, le dita lunghe senza nodi, il colore
rossiccio delle carni. I caratteri del Francia si scorgono particolarmente, benché non senza altera-
zioni, nella testa di san Benedetto, nella posa di san Giovanni Evangelista, in alcune parti del corpo
ignudo del san Sebastiano (Tav. Ili, :5). L'altro quadro attribuito a Francesco Francia, rappresenta la
Madonna in tron-o e santi (n. 78); ma non è del Francia, bensì di un suo discepolo romagnolo; gli
ornati policromi su fondo d'oro, elio si veggono nei pilastrini a destra e a sinistra del trono, richia-
mano quelli che adornano i troni delle Madonne nei quadri del Gotignola. Le figure dei santi, con
larghe bocche, a mo' di maschere sceniche, sono ben lontano dalle accurate forme di Francesco
Francia (Tav. Ili, 4). Il quadro fu eseguito nell'anno 1513 per Alberico Malaspina, come si apprende dal-
l'iscrizione dipinta sul quadro; e fu già attribuito al Perugino. Ma già il Platner notò in esso ca-
ratteri dell'arte di Francesco Francia; e Crowe e Cavalcasene vi videro una commistione artistica
del Cotignola e del Francia. Secondo questi scrittori, san Battista, san Paolo e san Pietro sono di mano
differente dal resto, ma tali figure di santi, come le altre, sono mascheroni di uno stesso carattere.
Il quadro fu certo dipinto da uno dei tanti discepoli del Francia: appartiene ad uno dei duecento
venti discepoli, di cui il Malvasia trovò notizie no' registri di note del Francia stésso.

La scuola veneta non è riccamente rappresentata nella collezione capitolina; e i quadri ascritti
a Giovanni Bellini, a Tiziano, a Giorgione, al Veronese non sono in gran parte di questi autori. Il ri-
tratto aggiudicato al Bellini (Tav. I, 4), come raffigurante il pittore stesso (n. 207), non ci sembra avere
stretta somiglianza con la medaglia che Viftor Camelio gettò in onore del Nestore dei pittori ve-
neziani, secondo parve a Crowe e Cavalcasene, e tanto più che il Camelio rappresentò Giamhellino
volto di profilo e in età avanzata- Omo ritratto di Giamhellino, si vede riprodotto il dipinto nelle
Meraviglie del Ridolfi, e recentemente nei Mèdaìlleurs di A. Heiss e nella biografìa della raccolta
del Polirne. Noi abbiamo dubbi sulla stabilita identificazione. Di Giambellino si conosce come ri-
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