Archivio storico dell'arte — 2.1889

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ADOLFO VENTURI

cane! Migliori sono due altri frammenti di affreschi, con santi entro scompartimenti (senza numero)
modellati con maggiore cura : ma non si può a meno di essere sorpresi che nella galleria capitolina
non sia rappresentata a dovere la pittura umbra che predominò a Roma nel Rinascimento.

La galleria invece, triste conforto!, ci mette innanzi dovizia di tele del Seicento, che ancora
purtroppo attraggono principalmente l'attenzione dèi visitatori. Ma più delle tele italiane di quel
secolo, la galleria capitolina può vantare i suoi quadri di Rubens, di Van Dyck, di Velasquez.
Rubens rappresentò in un quadro Fcmslolo che ritrova Romolo e Remo (n. 89) appiè d'un
fico, su d'una riva fra erbe palustri e conchiglie. La lupa allatta uno de' bambini, mentre
l'altro apre le braccia aspettando una gazza che vola verso di lui con ciliegie nel becco.
Dietro alla lupa, il Tevere, figura di vecchio barbato, tratto da antica deità fluviale, e una
ninfa, che spicca su fondo di canne. Dall'alto dell'albero, sotto cui sta la lupa co' gemelli, due
gazze sopra un ramo si danno di becco ; e dietro all'albero, Faustolo s'avanza, appoggiato con la
destra al bastone, e con la sinistra aperta in atto di sorpresa (Tav. II, 3). Vuoisi che il quadro sia
stato dipinto dal Rubens, nel periodo in cui stette in Italia (1600-1008), e certo nella figura del
Tevere mostra una reminiscenza de' suoi studii dell'antico. Dobbiamo notare; però che gli storici
contemporanei non l'anno menzione di questa pittura fra le altre eseguite dal Rubens, nel tempo
in cui visse a Roma, ove dipinse nella chiesa di Santa Maria Nuova in Vallicella. Un abbozzo
dèi quadro, secondo le indicazioni di Van Hasselt, si trovava nel 1820 nella collezione Danoot a
Bruxelles e un altro nella collezione Pasquier a Rouen 1. Un altro quadro del Rubens conservato
nel Campidoglio è la Visione di san Francesco (n. 84), dipinto, secondo il Burckhardt, nel 1612-14, e
proveniente da Anversa.

Van Dyck seduce coi ritratti eseguiti in una stessa tela dei poeti Tommaso Killigrew e
Tommaso Garew (n. 106): questo seduto di traverso su un seggiolone, con il braccio sinistro
penzoloni dietro allo schienale, con la destra sul fianco. È vestito di nero, e porta un collaretto
di pizzo. Ila la testa inclinata, e guarda innanzi a sè. Il poeta vivace, che scrisse sonetti, poesie
amorose e poemetti per musica, ci appare nella sua eleganza, con gli occhi scrutatori; e il suo
collega, Tommaso Killigrew, pure ciambellano di re Carlo I, noto pe' suoi motti pronti, spiritosi,
audaci, più che pe' suoi lavori teatrali, ci appare alla destra di Carew, con abito di raso e un
mantello buttato sulle spalle, di aspetto men nobile ma gioviale. Altro ritratto dei due poeti ve-
desi nella collezione Windsor, ma in esso sono diversamente disposti. Questo quadro è come un
frammento della grand'opera di Van Dyck in Inghilterra, pervenuto fra noi; una delle tele in
cui riflesse la corte di White-Hall, principi, gentiluomini, dame nella loro magnificenza. Al Van
Dyck è pure attribuita un'altra tela ove sono raffigurate due persone (n. 100), l'una seduta e
l'altra in piedi appresso. E probabilmente imitato da altro di Van Dyck, ma il fare arrotondato
e grasso ci richiama alla mente quello di Tiberio Tinelli, pittore veneziano, di cui si vede ad esempio
nella galleria Pitti a Firenze un ritratto simile di fattura a questo. Tiberio Tinelli fece molti ritraili
di prelati, di dogi, di procuratori di S. Marco, di avogadori, di nobili, di dame veneziane;
e lasciò anche opere sue a Roma. Pietro da Cortona, vedendo un ritrailo di quel pittore,
esclamò che vi aveva messo dentro l'anima della persona effigiata e la sua propria; e il
Ridolfi, ricordando molti ritratti di lui, scrive che essi furono « il suo proprio alimento. » Tuttavia
egli non è degno certo di portare il nome del nobile, delicato, elegante Van Dyck.

Il ritratto del Velasquez (n. 80) fatto in un soffio, coi contorni che sfumano nell'aria, vivente nel-
l'atmosfera, rappresenta il pittore stesso sui trent'anni, nel tempo in cui visitò l'Italia, [ter la prima
volta, seguendo i consigli di Rubens a Roma, ove si trattenne, stette alla villa Medici, che era an-
cora abbellita da una numerosa collezione di statue antiche, le quali egli ritrasse in due studii
di paese oggi al museo del Prado in Madrid ; ma abbandonò quel luogo, a causa delle febbri che si
impadronirono di lui. Dipinse in quel torno di tempo il proprio ritratto che inviò al pittore
Francesco Pacheco, suo suocero, già suo maestro. E il Pacheco ricorda per due volte quel
ritratto come dipinto in Roma circa il 1630 e nella maniera del grande Tiziano. Il quadro

1 Van Hassei.t, Ilintoire de P. P. Rubens suivie du Cataloi/ue general de ses tableaux. Bruxelles, 1S80.
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