Archivio storico dell'arte — 2.1889

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I

LE OPERE DI IIIO DA FIESOLE

IN ROMA

e Donatello non soggiornò in Roma che poco tempo, non
vi lasciò che poche opere e di mediocre importanza, non
esercitò influenza sull'arte del paese, il contrario è di Mino
da Fiesole, del quale si può affermare sicuramente che Roma
fu il campo principale della sua attività artistica. Mentre
però le opere da lui eseguite in Toscana sono conservate stu-
diosamente e ammirate, di queste di Roma non se n'ha quasi
notizia, come se fossero in Gina, e se n'è fatto uno strazio
da non credersi, tantoché bisogna ora ricercarne a fatica lo
memorie e i frammenti. Delle maggiori, non ce n'è una che
non sia stata smembrata, e in parte dispersa. Del resto tutta
l'arte del Quattrocento non ha in Roma nò storia nè tradi-
zioni, e le Guide e gli eruditi non si danno pensiero che
dell'antichità e dell'arte moderna, a cominciare da Raffaello e Michelangelo. È un fatto strano :
mentre, per esempio, de' monumenti sepolcrali del Quattrocento in Toscana quasi ciascuno ha la
sua storia e i suoi documenti, di quei di Roma numerosissimi, ed eseguiti in parte dagli stessi
autori, non si sa nulla; e può dirsi anzi che, fino a poco tempo fa, nessuno si fosse accorto della
loro esistenza. Il Vasari ignora affatto quanto riguarda l'arte del Quattrocento in Roma; e quel
che ne dice è peggio che inutile, perchè un tessuto di tavolette senza fondamento, che hanno tratto
in inganno gli storici e i critici. Egli si è probabilmente fidato d'un qualche corrispondente romano,
dal quale deve aver ricevuto le leggende di Paolo Romano, di Mino del Regno e di Raccio Pontelli
che si trovano riunite in un sòl corpo. Scrittori su cui fondarsi non c'erano, e la tradizione, quantun-
que d'età poco distante, era già rotta e dispersa. È cosa del resto che si spiega facilmente. In Firenze
come in altre città, la tradizione delle opere d'arte era principalmente conservata dalle famiglie
dei committenti e da quelle degli artisti; ma a Roma non esistevano nè le une nè le altre. Non
degli artisti, perchè quasi tutti eran venuti di fuori; non dei committenti, perchè cardinali e pre-
lati, che non lasciavano famiglia: venivano a Roma, brillavano, si spegnevano, come fuochi di
bengala. a ciò si aggiunga che a Firenze il periodo delle grandi costruzioni, delle grandi opere
d'arte è anteriore al Cinquecento, a Roma è posteriore. Il Cinque e il Seicento colle loro opere co-
lossali vi hanno soffocato, sperso, distrutto l'età precedente, verso la quale non hanno altri senti-
menti che di compassione e di sprezzo. Rramanle, il distruttore vandalico, apre l'età nuova. Cosi è
che, mentre quasi tutti i principali artisti italiani del Quattrocento abbellirono Roma delle loro
opere, pochissimo è quello che ci resta, e quel poco non è parso degno dell'attenzione de' nostri
eruditi, e spesso neppure d'una indicazione nelle nostre Guide.
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