Archivio storico dell'arte — 3.1890

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ADOLFO VENTURI

Le altre donne pietose e i divoti dispose in due gruppi a una riverente distanza dal sarcofago;
e così la salma divina attira prima d'ogni altra figura 1' occhio dello spettatore, e riceve, come
soggetto principale, il conveniente risalto. Come nelle Pietà già descritte, così in questa i divoti
hanno un'impronta troppo individuale e caratteristica per non esser stati presi dal vero; e vuoisi
difatti che Nicodeino presenti i tratti dell'umanista Giovanni Fontano; Giuseppe d'Arimatea, quelli
del Sannazzaro (per quanto non corrisponda al busto che fece di lui il Santacroce), san Giovanni
quelli del re Alfonso II: e questi, scrive il Vasari, « pare veramente più che vivo. » Mentre il Mazzoni
era in Monte Olivete, trovavasi colà a lavorare un 'Annunziata in marmo, con certa prospettiva
architettonica nel fondo, il celebre scultore Benedetto da Maiano. I due artisti dovettero trovarsi
a lianco, animarsi con reciproca gara: la realtà rude e potente del modenese scultore dovette tro-
varsi in grande contrasto con la vivace idealità del toscano. Ma questo avvenne dunque non al
tempo della loro giovinezza, come asserisce il Vasari, ma sui cinquant'anni circa della vita loro.

Le altre opere eseguite dal Mazzoni a Napoli non arrivarono a noi. Pietro Summonte, scri-
vendo a Marcantonio Michiel, li 20 marzo 1554 da Napoli, 1 non fa cenno che della Pietà di
Monte Oliveto, come opera del Mazzoni. Tuttavia il Gelano nelle sue Notizie di Napoli scrive clic
era di Guido anche certo lavoro di terracotta, il quale conservavasi nella chiesa di Sanf Eligio,
nella cappella dei Macellari; ma quel lavoro oggi è perduto. Alcuni attribuirono al Mazzoni stesso
una pala d'altare nella cappella Rocchi in S. Lorenzo a Napoli, ma è evidentemente d'altra mano;
e così pure si attribuì a lui la bella statua marmorea del cardinale Oliviero Caraffa, esistente nel sot-
terraneo del duomo di S. Gennaro in Napoli;2 ma se si tien conto che la statua ornò quella cripta
costruita da quel cardinale nel 1497, conviene ritenere eh' essa fosse eseguita dopo la partenza del
Mazzoni da Napoli e quindi da altro autore ispiratosi all'arte di lui. Certo è che il Mazzoni dalla
(ine del 1492, in cui aveva compiuto la Pietà per la chiesa di Monte Oliveto, sino al maggio 1495
non dovette starsene inoperoso, benché nessuna opera all'infuori della Pietà di Monte Oliveto sia
giunta a noi.

Gli avvenimenti politici cambiarono il protettore al Mazzoni. Carlo VIII moveva verso l'Italia,
alla conquista del trono aragonese, che poco dopo doveva abbandonare; sognando una cro-
ciata che non intraprese mai; sospirando la corona dei greci imperatori, che mai non cinse. Ma
egli doveva essere il fautore d' un' era nuova per la Francia, spingendola fra la civiltà raffinata,
suntuosa, corrotta d'Italia. Il re avventuriero passa esaltato, confuso per l'Italia fra inni e trionfi,
cavalca per vie coperte di drappi d'oro, assiste a rappresentazioni spirituali, a pantomime caval-
leresche, e sente il fascino dell'arte che spira dagli allegri e arieggiati palazzi dei signori italiani,
così diversi dai freddi e chiusi manieri di Francia; sente il fascino delle belle città annidate ai
fianchi dell'Appennino. A Firenze, pieno d'entusiasmo per la magnificenza spiegata da alcuni mo-
naci e dal talento degli attori nel rappresentare il Mistero dell'Annunciazione, vuole assistervi una
seconda volta ; a Roma visita le basiliche cristiane e le vestigia della romana grandezza, e ne com-
mette una descrizione pe'suoi sudditi, sotto il titolo di Meraviglie di Roma;3 a Napoli un mese
dopo la sua entrata, scrive a Pietro di Borbone che ai bei giardini della città non mancavano che
Adamo ed Eva per farne un paradiso terrestre, e che aveva trovato pittori di molto migliori di
quelli di Bauxe, di Lyon e d'altri luoghi della Francia, tanto che pensava di condurne alcuni seco
ad Amboise.4

Guido Mazzoni fu certamente fra i primi artisti che colpirono l'anima del re, con le sue figure
colorite di Monte Oliveto ; poiché quello scultore che alla verità palpabile della forma unisce la
verità ottica dei colori, doveva colpire facilmente e fortemente l'immaginazione, anche di uno spi-
rito incolto. E difatti li 12 maggio 1495, nel giorno stesso in cui Carlo Vili fece, come re di Si-

1 Cicogna, Intorno la vita e le opere del Michiel
(«Memorie del R. Istituto veneto di scienze, Lettere ed
arti. » Voi. IX, pag. 3, 1861).

~ A. Maresca, Il Duomo di Napoli. Firenze, 1885,

3 Ch. de Cherrier, Histoire de Charles Vili. Paris,
Didier, 1870, voi. II.

1 Lettera di Carlo Vili a suo cognato Pietro di Bor-
bone, datata da Napoli li 28 marzo 1495. E pubblicata
negli Archives de Vart frangais. T. I, Paris, Dumolin, 1852.
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