Archivio storico dell'arte — 3.1890

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RECENSIONI E CENNI BIBLIOGRAFICI

esempio il catalogo delle placcliette, gli hanno conqui-
stato a buon dritto un posto onorevole fra gli scrittori
di cose artistiche; infine noi lo sappiamo ricercatore
paziente e coscienzioso, critico illuminato ed abile: e
tuttavia questo suo ultimo lavoro ci sembra segni piut-
tosto un regresso nella sua opera di storico d'arte, poi-
ché, avendo davanti a sè un campo nuovo, interessantis-
simo e fino ad un certo punto affatto inesplorato, non
ha saputo sfruttarlo come egli ne era certamente in
grado, ma si è contentato di sfiorarlo superficialmente,
poco o nulla aggiungendo di nuovo a quello che già si
sapeva.

Lo scopo del volume è nettamente indicato dal si-
gnor Molinicr ne\VIntroduzione: « far conoscere la parte
« che lo arti decorative ed industriali ebbero a Venezia,
« mostrare il loro sviluppo e, se è possibile, la loro in-
« tima relazione colla vita del popolo veneziano ». Come
ognun vede, l'argomento non poteva essere meglio scelto,
e l'A. dopo un breve proemio, in cui riassume le carat-
teristiche principali dell'arte veneta, entra subito a trat-
tarlo, fondandosi soprattutto sulle collezioni del Museo
Correr, di cui tutto il libro è in certo modo un'illu
strazione.

Il primo capitolo tratta de' bronzi : i principali mo-
numenti e i principali artisti veneti sfilano sotto gli
occhi del lettore e alcune pagine sono riservate, è
naturale, per i maestri di placchette. Il sig. Molinier
non ha ancora abbandonato la sua teoria che fa una
persona sola di Moderno e di Vittore Camelio, quan-
tunque le opere che si conoscono di ambidue siano dis-
paratissime; in compenso crede ancora alla personalità
artistica di Alessandro Bassiano, erudito padovano del
secolo xvi che fu amico di Giovanni Cavino, celebre
imitatore di medaglie antiche, ma che non fu giammai
uno scultore. Di molto maggior valore sone lo notizie
consacrate ai fonditori del cinquecento, sebbene siano
stranamente trascurati i due secoli successivi.

L'oreficeria forma il soggetto del secondo capitolo:
l'A. comincia col negare che a Venezia si sia lavorato
di smalto nel secolo xiii, discordando su ciò anche con
autori francesi, e continua poco favorevole in genere
agli artefici veneziani che pure dovettero produrre opere
di grande valore, almeno nel cinquecento, quando i
granduchi di Toscana mandavano colà a far eseguire le
proprie argenterie da tavola, e ad acquistare gioielli e
monili che a Firenze non si sapevano fare con eguale
finitezza.

Sulle maioliche è scritto il miglior capitolo del libro:
i varii dati che già si conoscevano sulle fabbriche di
Venezia sono qui riuniti e disposti criticamente, tanto-
ché in poche pagine la storia della ceramica veneziana
ò messa chiaramente sotto gli occhi del lettore; le no-
tizie storiche sono poi corredate da acute osservazioni
personali che permettono di restituire a Venezia molte
maioliche che fin qui erano attribuito ad Urbino o a
Casteldurante. L'A. tratta anche la questione dei famosi
piatti del museo Correr, decorati in gran parte con sog-

getti mitologici e creduti fin qui di Faenza: è noto che
il senatore Morelli volle riconoscere Timoteo Viti nel-
l'autore dei cartoni di quei piatti, opinione che mal si
accorda, come osserva giustamente il sig. Molinier, colla
data 1482 iscritta su uno di essi; ora secondo il nostro
A. queste maioliche sarebbero lavoro di Nicolò da Ur-
bino, a cui spetterebbero anche quelle che portano gli
stemmi di Isabella d'Este, che si trovano in parecchie
collezioni, e alcune altre del Louvre e del museo di
Arezzo che facevan parte di un medesimo servizio. Ve-
ramente a noi pare che qui il sig. Molinier sia corso
troppo: i piatti veneziani hanno tutti i caratteri delle
maioliche faentine e non s'assomigliano che poco a
quelle autentiche e firmate di Niccolò; di più è poco
verosimile che un artista che lipingeva quando il mo-
vimento della rinascenza cominciava già a declinare
(i suoi piatti son datati 1521 e 1528), adoperasse, come
modelli, delle stampe o dei disegni eseguiti nel 1482,
come vorrebbe il signor Molinier. Per questo crediamo
che la quistione sia ancora sub judice, e che una sen-
tenza definitiva non possa darsi che quando le maio-
liche italiane saranno studiate non solo sugli esemplari
dei musei, ma anche sui documenti d'archivio e magari
anche sui risultati degli scavi che, eseguiti nelle città
che ne ebbero fabbriche, hanno portati in luce fram-
menti importantissimi.

Vengono in seguito il vetro, il mosaico, e gli smalti:
in questi ultimi l'A. non si ferma che poco, ma in com-
penso si estende molto sulle origini delle vetrerie ve-
neziane e sul grande sviluppo che questa industria prese
nel secolo decimoquinto.

La scoltura in legno e in avorio e i lavori di cuoio
sono trattati in un quinto capitolo: merita di esser no-
tata l'opinione dell'A. intorno alle conosciuto selle adorne
di bassorilievi in osso che si trovano in parecchie col-
lezioni; secondo il sig. Molinier queste selle sarebbero
state lavorate a Venezia, ed egli riscontra lo stile ita-
liano nelle scene che vi sono rappresentate. Per dir
vero a noi non pare di trovarvi questo stile ; in gene-
rale, negli esemplari che conosciamo, le figure accusano
più la maniera borgognona, e solo qualche traccia del
rinascimento italiano si trova in piccoli particolari, come
ad esempio negli stemmi e nelle ghirlande che li in-
corniciano; tutto il resto, compresi i capricciosi svolazzi
delle lettere gotiche, foggiate a guisa di nastri, ricono-
sce la sua origine da ben altra scuola che non siano le
nostre.

Dei lavori in ferro e all'agemina, delle armi, poi delle
stoffe e tappezzerie, dei merletti e delle miniature, con
cui si chiude il libro, l'A. si sbriga con notizie succinte;
a dir vero alcune di questo industrie avrebbero meritato
di più, e anche raccogliendo solo quello che già è noto
e che si trova sparso in varie opere, senza aggiungervi
nulla di nuovo, il sig. Molinier avrebbe potuto darcene
notizie preziose e ordinate. Egli ha proferito star sullo
generali e di ciò gli studiosi non possono certo saper-
gliene grado.
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