Archivio storico dell'arte — 3.1890

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LE OPERE DI MINO DA FIESOLE IN ROMA

lazioni, come appunto una stoffa sottilissima. Accanto ad una tale raffinatezza d'arte, riesce fuori
Mino colla sua infantile ignoranza delle forme del corpo umano: la mano, o meglio le mani della
madonna sono modellate orribilmente, come nelle pupattole di legno pei bambini. I vecchi mar-
morari romani modellavano assai meglio le loro figure, benché rozzamente abbozzate. 1

Non può sfuggire all'osservatore che in questa madonna, e più ancora in altre quattro che
vedremo appresso scolpite in questo stesso ciborio (senza contare una sesta di minori dimensioni
nella storia del miracolo della neve) abbiamo un tipo diverso da quello delle madonne così ante-
riori come successive di Mino, nelle quali la faccia è ovale e son lasciati liberi i contorni e le
forme della figura alta e svelta. Qui invece la faccia s'allarga, s'ingrossa il collo, e la persona
grassoccia è tutta involta in un denso volume di panni e di veli. L'aver seguito questo tipo costan-
temente in Santa Maria Maggiore e non mai fuori, mi pare indichi chiaramente che la causa
debba ricercarsene, non in ragioni di svolgimento artistico, ma in un fatto locale. La immensa
venerazione in cui era la madonna di quella basilica, che la tradizione vuole dipinta da san Luca,
ha con ogni probabilità obbligato Mino a conformarsi al modello conosciuto e caro ai devoti : e
infatti la famosa madonna di san Luca è di forme alquanto grosse e tutta avvolta nel manto. 2 È
vero però che una nuova tendenza al grasso e al rotondo si manifesta anche in altre figure del ciborio.

Il quadro che stava sulla fronte rappresenta il miracolo della neve, da cui la tradizione vuole che
la chiesa avesse origine. (Fig. 3). Narrano che nell'anno 352 Giovanni patrizio romano, e sua moglie,
non avendo figliolanza, deliberassero consacrare ad opere di pietà le loro ricchezze, e che perciò
pregassero la Madonna d'indicar loro quale fosse il miglior uso da farne. Una notte apparve ad
ambedue la Vergine e disse loro che le erigessero un tempio là dove trovassero della neve caduta
di recente. Era la notte dei 4 d'agosto; e la mattina seguente ebbero notizia che aveva nevicato
sull'alto dell'Esquilino. Giovanni si recò dal papa Liberio, il quale la notte aveva avuto lo stesso
sogno; e subito, con Giovanni e la moglie, si recò processionalmente sull'Esquilino e tracciò nella
neve la pianta della basilica. Mino' ha rappresentato nell'alto, in un tondo fra le nuvole, Gesù
Cristo e la Madonna; questa, tirando il manto al figlio, pare che interceda grazie pe'suoi protetti.
Sotto ad essi, tra le nuvole, è la testa alata d'un angelo che versa dalla bocca una colonna di
neve. Nel basso, è da una parte il patrizio Giovanni e la moglie, seguiti da altri patrizi e matrone
romane; dalla parte opposta giunge ora la processione papale, e il papa con un bastone o una
zappa segna nella neve la pianta della basilica. La scena, non importa con quanta verosimiglianza,
è chiusa da un grazioso portico che rientra nel mezzo formando una piazza di tre lati, motivo pre-
diletto da Mino; e sopra al cornicione alcuni pezzi di muro indicano che la fabbrica è in costru-
zione. La rappresentazione, accomodata col solito senso decorativo, nella sua ingenuità è piena di vita,
di verità, di sentimento. Ciascuna faccia ha un'espressione sua propria, e tutti si muovono e parlano
a labbra aperte, cosicché si direbbe che lo scultore abbia studiato le parole da porre in bocca a
ciascuno. Il patrizio Giovanni e il suo seguito, figure un po' corte e dure, son certamente ritratti,
probabilmente i canonici della basilica. Un d'essi, con un rotolo in mano e la penna, tutto intento
perchè nulla gii sfugga, si appresta a scrivere la storia del fatto; e mi par probabile che rap-
presenti il fiero canonico Giovan Battista che con tanta violenza polemizzava, come abbiam visto,
per la sua madonna contro i frati dell'Aracoeli. E in quelle teste del popolo che son dietro, forse
in quella sotto l'arco sollevata in atto di preghiera, non ci sarà il ritratto di Mino? Anche nel
seguito del papa Liberio, quantunque alcune teste sieno troppo simili fra di loro, debbono essere

1 Lo Tschudi (Ein Mcidonnenrelief von Mino da Fie-
sole. Iahrb. der. p. K. VII, 1886) vuole che questa
madonna, che secondo lui apparterrebbe all'ultimo pe-
riodo di Mino, sia stata bensi scolpita sotto la sua di-
rezione, ma da un'artista dell'Alta Italia. Veramente,
la firma parrebbe attestare dell'opera diretta dell'au-
tore; ma oltre questo, a me pare che lo attestino tanto
1 abilità dell'esecuzione e la solita piega sottile e tra-

sparente su fondo piano, quanto la strana imperizia con

cui è modellata la mano; imperizia che diffìcilmente si
riscontra nei più mediocri scultori di quell'età.

2 Nella stessa chiesa era un'altra madonna in basso-
rilievo, che a giudicarne da un fregio e dai contorni ripro-
dotti dal Valentini allatav. lxxvi, sembra avere i caratteri
dell'arte di Mino. Essa non apparteneva al ciborio del
quale, eccetto gli evangelisti, abbiamo tutte le sculture.
Non posso dirne nulla non avendola veduta. Fu venduta,
ed ora fa parte della collezione StroganofF in Roma.
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