Archivio storico dell'arte — 3.1890

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LE OPERE DI MINO DA FIESOLE IN ROMA

«rii-a dietro sotto all'altezza del ginocchio per impedire il sollevarsi delle vesti; precauzione
non inutile essendo essi destinati a volare. In altri angeli vedremo che l'altro capo, che in questi
non si vede dove Unisca, torna innanzi incrociandosi col primo, e fermandosi alla cintura dal
lato opposto. È questo un ingenuo e costante trovato di Mino, che gli serve forse per interrompere
la linea dello svolazzo della veste, e forse anche in alcuni casi per avere occasione d' avvivare
col l'oro le sue sculture ; poiché quelle striscie le troveremo dorate. I due pastori sono atteggiati
con eleganza.

Incontro alla Natività era l'Adorazione dei Magi (Fig. 5). A destra siede la madonna col
bambino sulle ginocchia, figura grossa, col manto sulla fronte come la Madonna di san Luca, e a
pieghe angolose e stecchite, e dietro, San Giuseppe: uno dei Magi, arrivati appena ora, inginocchiato
avanti al Messia alza il coperchio ad un vaso di offerta, e il bambino vi pone dentro la mano,
gli altri due re sono in piedi coi loro vasi; tre valletti conducono a mano per la briglia i cavalli
reali riccamente bardati, in mezzo ai quali un nano si tira dietro una scimmia; nel fondo una
graziosa fabbrica con pilastri e cornici ricche di decorazioni. E una scena viva, mossa, elegante,
innanzi a cui si dimentica d'aver presente un bassorilievo : è lo scalpello che rivaleggia col pen-
nello e cava dal marmo le tinte e le sfumature della pittura: le teste de' cavalli, imitate dalla qua-
driga dell'arco di Marc'Aurelio che allora era in piedi sulla via del Corso, come esecuzione tecnica
sano un capolavoro. Ma quanto alle forme e alla prospettiva è sempre il solito Mino : il re giovine
è d'un'altezza portentosa con una faccia quasi puerile ; le figure messe di fianco e colla faccia di
profilo, mostrano le braccia e il petto come fossero di fronte ; sulla testa della scimmia si nota la
zampa d'un cavallo che non si sa dond'esca, d'una lunghezza da sbalordire: le figure del secondo
piano (si guardi dove posano i piedi), colla solita legge di prospettiva, sono più grandi che quelle
del primo; e in fondo al quadro, addossata alla fabbrica, è un'enorme testa calva presso alla quale
quelle che stanno innanzi paiono teste di bambini. Ma di queste cose Mino non si dava pensiero:
con quella vita che anima le sue scene, con quella finezza d'esecuzione, con quel gusto deco-
rai ivo, e con un po' d'oro distribuito accortamente, il pubblico devoto, che era il suo pub-
blico, vinto d'ammirazione e commosso di pietà, non aveva agio di badare alle proporzioni
e alla prospettiva. 1

Da ultimo, incontro all'abside era rappresentata nell'attico l'Assunta (Fig. 6). Quel gruppo
d'angeli (già ne conosciamo un altro della stessa famiglia dentro il frontone di san Giacomo)
basterebbe alla riputazione di Mino. Con quelle faccie soavi, pieni di movimento e di vita, si librano
nell'aria leggeri cantando le lodi della Vergine, e sollevando la mandorla entro cui è racchiusa la
sua pesante figura. Lo svolazzo delle vesti, rattenute nella parte posteriore dalla fascia di cui abbiam
parlato, è d'una morbidezza e d' una finezza che ha pochi riscontri nella scultura italiana. Ai
due lati escono da due porticelle e stanno ritte in adorazione avanti all'Assunta due figure: da
una parte un Santo che non so chi sia, dall'altra il cardinale d'Estouteville con due altri prelati
della sua corte. Che quel cardinale sia lui non può dubitarsene, e perchè le forme corrispondono
a quelle d' una medaglia già nota,2 e pel suo stemma ricorrente sopra lo colonne ai quattro
angoli del tabernacolo. Dopo la morbidezza delle vesti e dello svolazzo degli angeli, è strano di

1 I suoi artifici non ingannavano gl'intelligenti. Trovo
adesso nelle Facetic del Domenichi (1584) il seguente
aneddoto relativo a Mino. « Mino scultore, lavorando una
statua di S. Paolo a papa Paolo secondo, l'assottigliò
tanto che gliela guastò. Ora sondo sdegnato il papa, et
contando ciò a ni. Leon Battista Alberti, disse detto
Messere che Mino non haveva errato, che questa era
la miglior cosa che facesse mai. (Perciocché egli era av-
vezzo a errare sempre) ». Probabilmente il fatto si rife-

risce non a Paolo ma a Pio II, e la statua potrebbe es-
sere quella figura allampanata d'apostolo riprodotta nel
mio precedente articolo al n. 2, che ora è indicata nelle

Grotte vaticano col nome di san Giacomo Maggiore; ma
poteva parere, ed essere forse, un san Paolo. Questo
aneddoto, che ignoravo, potrebbe spiegar meglio la
lotta con Paolo Romano, e l'aver Mino abbandonato i
lavori del pulpito vivente ancora Pio II.

Altri potrebbe credere eh' esso si riferisca a Mino
del Reame, e alla statua di san Paolo, allampanata an-
ch'essa, ch'era avanti alla basilica vaticana. Ma resta
ancora a provare l'esistenza di questo Mino; oltredichè
quel Mino scultore, sonz' altro appellativo, pare debba
indicare il Mino conosciuto generalmente.

2 V. Muntz. Histoire de l'Art pendant la Renais-
sance. - Italie, Les primitifs, p. 101.
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